L’ex pm di Trani Savasta a giudizio per la “masseria magica”

L’ex pm di Trani Savasta a giudizio per la “masseria magica”

nella foto Antonio Savasta

I “guai” giudiziari  per l’ex PM Antonio Savasta finora in servizio presso la Procura della repubblica di Trani e trasferito dal CSM al Tribunale di Roma, sembrano non essere finiti a seguito della denuncia di un suo amico, con il quale aveva acquistato l’immobile, e dal confinante. Savasta  in associazione ad altri, secondo le accuse avrebbe moltiplicato anche  i vani della masseria in violazione delle norme edilizie.

Tutta colpa della bella masseria San Felice nelle campagna di Bisceglie, in provincia di Bari, acquistata con i fondi dell’imprenditore barlettano Giuseppe Di Miccoli, ma intestata solo al magistrato secondo la tesi del Di Miccoli per motivi fiscali.  La lunga storia della società immobiliare raccontata dall’imprenditore barlettano ai vari organi istituzionali ed ai giornalisti , contiene anche  la presenza di una scrittura privata, redatta su carta intestata della Procura di Trani e firmata a giugno 2006 da Savasta, con la quale l’ex -pm si impegnava a cedere all’imprenditore Di Miccoli  la quota di circa 400mila euro,  peraltro già pagata , ma secondo i fatti già noti alle cronache il Di Miccoli nel giro di pochi anni si è ritrovato  sbattuto fuori dalla società, e dalla masseria.

Savasta nonostante la scrittura privata esibita alla magistratura, ha sinora sostenuto che i soldi incassati dall’ex amico erano soltanto un prestito. Successivamente l’ex-pubblico ministero della Procura di Trani (a capo della quale c’era l’attuale procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo –  n.d.a.) dona la masseria ai  propri fratelli con un atto di donazione dell’immobile,  dalla cui documentazione all’improvviso appaiono una quantità di vani moltiplicati rispetto alla compravendita di pochi anni prima.

L’imprenditore barlettano Di Miccoli non ci sta, e presenta diversi esposti alla Procura di Lecce, sede competente in quanto il denunciato era un magistrato in servizio presso il Tribunale di Trani. Alcuni giorni dopo che  il quotidiano il Giornale si occupa dello scontro giudiziario tra l’imprenditore ed il magistrato, amici, soci o l’uno prestanome o finanziatore dell’altro, il pm Giovanni De Palma della Procura di Lecce, il quale indaga sul  suo collega tranese, presenta richiesta di archiviazione al GIP.

Di Miccoli  si è opposto con nuovi ulteriori elementi integrativi segnalando anche delle lacune investigative, che il Gip ha condiviso ed accolto,  costringendo di fatto  la Procura di Lecce a delegare i Carabinieri ad indagare sulla vicenda, e gli investigatori dell’Arma, nell’informativa redatta e consegnata alla Procura leccese, danno ragione alle ragioni opposte e denunciate dal  Di Miccoli. Durante lo scontro legale in sede  civile e penale vengono sostituite persino le chiavi di accesso alla struttura, comproprietà della masseria negata, spariscono dei mobili spariti, come scrivono i militari nella propria  informativa  ritenendo “del tutto inverosimile” che i 400mila euro potessero costituire un “prestito filantropico“offerto dal Di Miccoli al pm  Savasta.

La relazione dell’ Arma sembrava indicare al magistrato della Procura di Lecce ad un rinvio a giudizio nei confronti del magistrato che all’epoca dei fatti  era in servizio alla procura di Trani, ma invece anche questa volta al gip leccese arriva una seconda richiesta di archiviazione, firmata dal De Palma e controfirmata dal procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta (a sinistra nella foto, ora in pensione). Secondo i magistrati leccesi  le indagini dei Carabinieri “non apportano alcuna sostanziale modifica al quadro probatorio a carico del collega e PM presso il Tribunale di Trani”. Ma il Di Miccoli non molla e si è opposto per la seconda volta, e quindi si  arrivando ad un ulteriore confronto in udienza davanti al gip Vincenzo Brancato tra gli ex soci-amici, cioè il pm Savasta  e l’imprenditore Di Miccoli. L’udienza si conclude con la decisione del GIP che rigettato anche questa seconda richiesta di archiviazione, chiedendo ai pm “l’imputazione coatta del collega Savasta per truffa aggravata, appropriazione indebita, esercizio arbitrario delle proprie ragioni”.

La richiesta di rinvio a giudizio,per il magistrato Savasta  è “pesante. Così come è imbarazzante la sconfessione delle valutazioni della procura leccese. Il  Gip evidenzia  come gli “artifizi e raggiri” con cui Savasta avrebbe truffato l’imprenditore, “si sono realizzati anche per effetto dell’influenza esercitata dalla caratura e competenza giuridica”  del magistrato. Il Gip Brancato evidenzia come aggravanti “la qualità di pm” di Savasta . Ancor prima dell’imputazione coatta, il Gip del tribunale di Lecce sintetizza la vicenda definendola una “lucida e compiuta ideazione di un articolato disegno criminoso integralmente realizzato“.

citazione a giudizio Savasta

I legali dell’imprenditore barlattano  Di Miccoli hanno scovato tra le carte del fascicolo d’indagine  persino la fotocopia di un procedimento avviato contro l’imprenditore a seguito di querela ricevuta da una donna che sosteneva di essere stata minacciata dall’uomo affinchè dichiarasse il falso e si unisse alle accuse contro Savasta. Ma il Di Miccoli aveva intelligentemente videoregistrato l’incontro con quella donna, di cui evidentemente non si fidava, nonostante avesse lavorato in passato nella masseria al centro della disputa giudiziaria,  procurandosi di fatto non solo un’ alibi ma sopratutto una prova “pesante”: in realtà infatti  non vi era stata alcuna minaccia alla donna che è stata conseguentemente denunciata dal. Di Miccoli chiedendo ai pm di Lecce di accertare e stabilire “se è stata indotta da qualcuno, e da chi, a denunciare il falso”.

Ed oggi è arrivato il rinvio a giudizio di Savasta dinanzi alla Seconda Sezione Penale del Tribunale di Lecce, la cui udienza si terrà  il 6 luglio 2017 dinanzi al Dr. Rizzo.  Imputati : il dott. Antonio Savasta i suoi fratelli Francesco Paolo ed Emilia Maria Savasta, attuali proprietari della masseria, Angelo Sanseverino, il conduttore- amministratore della società che gestiva il resort,  Antonio Recchia, progettista e direttore dei lavori ed i dipendenti comunali Giacomo Losapio, dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Bisceglie, e Giovanni Misino, responsabile del procedimento per il rilascio del permesso di costruire e del certificato di agibilità.

I fatti contestati dalla magistratura salentina risalgono agli anni 2010-2013. in cui secondo l’accusa un’area a verde sarebbe stata trasformata, con la compiacenza di funzionari pubblici, in una zona spianata con breccia per uso parcheggio, installando al posto di un gazebo una tettoia di oltre 200 metri quadri, oltre al posizionamento di una pavimentazione non autorizzata, la costruzione di muretti in cemento armato, la realizzazione di una sala ristorante con annessi bagni e cucine.

L’abuso edilizio contestato dal Pm dr.ssa Carmen  Ruggiero  all’ex pm di Trani Antonio Savasta  in concorso con famigliari, tecnici e funzionari pubblici, riguarda la trasformazione urbanistico-edilizia della Masseria, definite nell’atto di imputazione  un “immobile di interesse storico, ambientale e paesaggistico, sul quale  vigeva divieto assoluto di nuove costruzioni, demolizioni e trasformazione, in una struttura turistico alberghiera attraverso l’esecuzione, senza autorizzazioni, di rilevanti modifiche ed ampliamenti”.

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