L’emergenza istituzionale

L’emergenza istituzionale

di Michele Ainis

Il senso sta tutto nel consenso. Degli italiani, prima che dei partiti. C’è infatti un metodo in queste consultazioni doppie e triple, rituali e quantomai irrituali, giacché davvero non hanno precedenti. E il metodo punta a rendere visibile ciò che altrimenti rimarrebbe solo un’ipotesi. Tende a mostrare i segreti affanni del potere, per condividerli con chi non ha potere. Dopo di che, nel momento esatto in cui il popolo vociante s’accorgerà che il re della legislatura è nudo, sarà possibile cucirgli addosso un vestito su misura. L’unico adatto al suo corpaccione ribelle ai sarti di partito: un abito presidenziale.

Tutto comincia infatti con le delegazioni dei gruppi parlamentari ricevute il 4 e 5 aprile al Quirinale; nulla di fatto, e allora Mattarella (12 aprile) convoca un altro giro. Repetita iuvant, dicevano i latini; ma in questo caso i ripetenti si ripetono, s’annullano a vicenda. Pretese, intransigenze, veti contrapposti, che però risuonano all’orecchio del presidente, come in un confessionale, mentre all’esterno ne giunge un’eco pallida e confusa. Da qui l’iniziativa del capo dello Stato: un doppio mandato esplorativo ai presidenti delle Camere. Prima a Casellati (18 aprile), con l’obiettivo di sondare le convergenze fra 5 Stelle e centrodestra. Poi a Fico (23 aprile), questa volta orientato verso un’alleanza fra 5 Stelle e Pd.

Ma perché circoscrivere l’azione dei due esploratori entro i binari d’una specifica formula politica? E perché, in entrambi i casi, Mattarella ha concesso soltanto un paio di giorni per venirne a capo? Semplice: per un’esigenza di sintesi, e al contempo di chiarezza. Per trasmettere all’opinione pubblica gli interna corporis delle consultazioni consumate al Quirinale, dove per l’appunto si erano profilati quei due scenari di governo. Per costringere i partiti a rendere conto delle proprie intenzioni, giacché la democrazia, dopotutto, è questo: il potere del pubblico in pubblico, come diceva Bobbio. Infine per mostrare agli italiani un’emergenza, una condizione eccezionale e straordinaria.

È l’emergenza, infatti, è il pericolo incombente sulla salute collettiva che può serrare i ranghi, congiungere i divisi. Però questo pericolo dev’essere avvertito dal popolo, non solo dal Palazzo. Non basta evocare gli impegni con l’Europa o le scadenze della legge di bilancio, per battezzare un governo condiviso. Gli italiani non capirebbero, a torto o a ragione. Sicché i partiti rifiuterebbero di sottoscrivere l’accordo, per il timore di perdere consensi. Ne è prova, del resto, la storia dell’età repubblicana. Dove i governi d’unità nazionale si contano sulle dita d’una mano, formano insomma esperienze eccezionali, come i drammi di cui furono figli. Il governo Parri (1945), sostenuto da tutti i partiti antifascisti: una risposta unitaria all’emergenza della ricostruzione, nel nostro tormentato dopoguerra.

Al pari dei primi tre governi De Gasperi (1945-1947), con dentro democristiani e comunisti, repubblicani e socialisti. Il terzo governo Andreotti (1976-1978), che si reggeva sull’appoggio esterno del Pci, del Psi, oltre che dei piccoli partiti di centro: un altro soprassalto d’unità, stavolta dinanzi a un’emergenza interna, il terrorismo. Infine il governo Monti (2011-2013), votato dalla sinistra e dalla destra per fronteggiare un’emergenza esterna: l’impennata dello spread, la crisi dei mercati.

E adesso? Si profila un nuovo tipo d’emergenza: l’emergenza istituzionale. Perché lo stallo sulla formazione dell’esecutivo, se dovesse protrarsi ulteriormente, avrebbe una sola via d’uscita: le elezioni. Perché a votare daccapo con il “Rosatellum” si replicherebbe tuttavia lo stallo, il verdetto senza vincitori. Perché dunque, a scongiurare il precipizio, serve quantomeno una riforma della legge elettorale, sospinta da un governo di tutti e di nessuno. E perché questo governo d’emergenza si renderà possibile soltanto a condizione che gli italiani, nonché i loro partiti, aprano gli occhi dinanzi all’emergenza. Ecco infatti il compito che s’è assunto Mattarella: un appello alla responsabilità, e insieme un esercizio di pedagogia costituzionale.

 

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