In aula a Montecitorio il testo finale della legge sulla diffamazione a mezzo stampa. Niente più carcere per i giornalisti

In aula a Montecitorio il testo finale della legge sulla diffamazione a mezzo stampa. Niente più carcere per i giornalisti

La questione spinosa  della riforma della Legge per la diffamazione a mezzo stampa, che è tornata lunedì a Montecitorio, Tra i provvedimenti proposti, viene confermata l’abolizione del carcere; tolta la possibilità di chiedere la cancellazione dal web degli articoli ritenuti diffamatori; inasprite le sanzioni per le querele e le azioni civili definite “temerarie ”. Ma soprattutto viene finalmente prevista una norma per i giornalisti che devono affrontare processi civili e penali dopo il fallimento dell’editore. I giornalisti che pagheranno i risarcimenti di tasca propria saranno inseriti tra i creditori privilegiati dell’editore fallito o della società in liquidazione e potranno chiedere all’editore stesso di versare la sua parte.

Non sarà punibile il giornalista che, avendo chiesto la pubblicazione della rettifica ad un proprio scritto reclamata dalla persona offesa al direttore responsabile non la abbia ottenuta. Lo prevede un emendamento della commissione Giustizia alla nuova normativa sulla diffamazione approvato dall’Aula della CameraNiente più carcere per i giornalisti: in caso di diffamazione a mezzo stampa, potranno essere puniti solo con pene pecuniarie. Lo prevede il primo articolo della riforma della diffamazione approvato dall’Aula della Camera dei Deputati con 207 sì, 62 contrari e 5 astenuti.

E slittato a domani mattina nell’Aula della Camera l’esame della della nuova normativa sulla diffamazione a mezzo stampa. La commissione Giustizia ha chiesto più tempo per esaminare gli emendamenti all’articolo 5, relativo alle liti temerarie.

Si è pensato ai casi di fallimento delle proprietà dei giornali, nei quali direttori e giornalisti vengono lasciati soli a risarcire il danneggiato per diffamazione”, ha dichiarato il relatore del provvedimento Walter Verini. Inevitabile quindi pensare agli ex direttori dell’Unità Concita De Gregorio, Sardo e Landò o agli ex direttori di E-Polis, Enzo Cirillo e i fratelli Antonio e Gianni Cipriani, chiamati ad affrontare,  oltre 50 processi i primi e ben  92 processi i secondi !

Non mancano le polemiche e le critiche, concentrate sopratutto su multe e su rettifica obbligatoria. Le sanzioni penali che potranno arrivare fino a 50 mila euro, secondo Enzo Iacopino il presidente dell’Odg , non terrebbero conto delle reali potenzialità economiche del condannato, mentre le rettifiche che potranno essere chieste al giornale da chiunque si ritenga danneggiato da un articolo, se pubblicate, come riporta il quotidiano, “gratuitamente, senza commento, senza risposta e senza titolo”, “rischiano di trasformare i giornali in buche delle lettere”.

NIENTE CARCERE ma multe salate fino a 50 mila euro per il giornalista colpevole di aver diffamato. Il testo finale della legge che modifica le norme sulla diffamazione, a mezzo stampa, radio e tv, libri e Internet, arriva al voto nell’aula di Montecitorio con una serie di aggiustamenti che mettono solo marginalmente d’accordo il Governo e le associazioni dei giornalisti. Rimane quell’obbligo di rettifica “gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo”, entro 48 ore per le testate online e per libri e riviste entro 15 giorni dalla richiesta.

La legge aveva destato una forte opposizione già due anni fa quando era stata concepita per rimediare al mostro giuridico del carcere per i giornalisti previsto dal nostro ordinamento e che l’Europa ci chiedeva di rimuovere. Un’opposizione non solo dei giornalisti e delle loro categorie professionali, ma di semplici cittadini, associazioni, esponenti del mondo della cultura, perché rischiava, e rischia, di trasformare i giornali nei dazebao dei rettificatori di professione, sia per l’enormità di sanzioni pecuniarie a fronte di una categoria adesso composta in maggioranza da giornalisti autonomi, precari e malpagati. Consapevoli tutti della tendenza a utilizzare lo strumento della querela per diffamazione come strumento di censura e di condizionamento per zittire i giornalisti scomodi, querele che secondo l’osservatorio di Ossigeno per l’informazione sono pretestuose, cioè temerarie, 40 volte su 100.

Adesso però invece del carcere da sei mesi a sei anni, i giornalisti condannati per diffamazione se la potranno cavare con una multa che, pagata, non metterà direttore ed editori al riparo da eventuali e successive di richieste di risarcimento. Col possibile risultato di voler chiedere ai propri giornalisti di limitare inchieste e approfondimenti su fatti controversi. A dispetto di quello che il presidente del Senato Pietro Grasso qualche giorno fa ha detto: “il giornalismo precede la giustizia e per questo la mafia lo teme“.

LE BUONE NOTIZIE. Sparita la norma che prevedeva la rivendicazione della cancellazione da Internet per articoli considerati diffamatori (il diritto all’oblio), e scomparso l’obbligo di rettifica per i blog e i siti indipendenti come Wikipedia, il relatore Valter Verini,  si è detto soddisfatto: “Abbiamo fatto un buon lavoro in commissione. Adesso in aula c’è la possibilità di presentare emendamenti migliorativi. Ovviamente il testo licenziato dalla commissione Giustizia non preclude la possibilità che l’aula, sovrana, possa chiedere cambiamenti ulteriori”. E se fossero peggiorativi? “Il parere del relatore è conforme a quello del governo. Perciò io sono cauto ma anche fiducioso.”

Aggiunge il relatore Verini: “Abbiamo tolto il carcere, mi pare un risultato importante. Ricordo che su tre quarti del regolamento non si poteva intervenire, per il principio della doppia lettura conforme di Camera e Senato. Ma abbiamo eliminato le parti più controverse. E’ stato tolto con il consenso di tutti. La diffamazione in rete è un problema reale, lo sappiamo, ma nelle molte discussioni avute si è compreso che affrontare un tema tanto delicato con un emendamento era assai difficile, tanto più perché è in corso il lavoro della commissione per i diritti di Internet presieduta da Stefano Rodotà che bisogna discutere in relazione a normative europee“.

Nel frattempo la Suprema Corte di Cassazione ha appena depositato una sentenza di condanna per diffamazione attraverso Facebook che integra il reato di diffamazione a mezzo stampa. (sentenza 24431/15, depositata l’8 giugno 2015). “Certo che la cancellazione dell’articolo 3 non vuol dire che i blog saranno liberi di diffamare. Si può sempre denunciare per diffamazione. L’istituto giuridico non viene cancellato. Anche i blog e i siti non registrati ai sensi dell’articolo 5 della legge sulla stampa, possono essere querelati. Ci vuole maggiore approfondimento e ci aspettiamo spunti significativi dalla commissione Rodotà“.

UN PROVVEDIMENTO PER LE QUERELE TEMERARIE  “Inoltre – spiega Verini  – abbiamo dato un segnale significativo rispetto al tema dolente delle querele temerarie , presentate quasi sempre per intimidire e minacciare giornali e giornalisti, soprattutto per le proprietà deboli e per certe zone del paese. L’idea è che il giudice possa decidere un risarcimento pari al 50% della somma richiesta da chi ha invocato il reato di diffamazione se si accerta la temerarietà della querela. Altra cosa importante è che si conferma il carattere colposo e non doloso del ruolo del direttore del giornale perché questi non può controllare tutto“.

LE RETTIFICHE  La norma come si sta configurando da un lato garantisce un bene prezioso, la libertà dell’informazione, dall’altro tiene conto dei diritti del cittadino che si sente diffamato e che ha pari diritto ad avere una rettifica. Se la rettifica viene pubblicata non sono punibili né i giornalisti né il direttore. Per noi questa norma rappresenta una garanzia di responsabilizzazione per i giornalisti e per avere maggiore accuratezza nelle fonti e nei fatti“.

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