La storia di “Mafia Capitale”: dagli arresti dei ROS al maxiprocesso

La storia di “Mafia Capitale”: dagli arresti dei ROS al maxiprocesso

di Antonello de Gennaro

Migliaia di intercettazioni e centinaia di documenti depositati dalla Procura della repubblica di Roma. Quarantasei imputati, un esercito di circa 100 avvocati, oltre 130 udienze previste fino a luglio. Questi i numeri più significativi del maxiprocesso a Mafia Capitale che confermano l’importanza del procedimento apertosi ieri nell’aula Occorsio della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. L’attenzione politica e mediatica internazionale, è stata rivolta al primo atto del processo che ha letteralmente “terremotato” i palazzi dell’amministrazione capitolina e di riflesso tutta la vita economica della Capitale. Oltre centocinquanta  gli accrediti per telecamere, fotografi e per le le testate giornalistiche accreditate giunte  alla presidenza del Tribunale, fra cui il CORRIERE DEL GIORNO, per seguire le udienze davanti ai giudici della X sezione penale presieduta dal giudice Rosanna Ianniello.

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nella foto il “blitz” dei Ros: la cattura di Massimo Carminati

Il processo a Massimo Carminati e al suo gruppo criminale è arrivato nelle case di mezzo mondo per informare e rendere pubblico il malaffare che ha caratterizzato l’amministrazione pubblica di Roma Capitale negli ultimi anni, e far venire a galla il marcio che si nascondeva dietro le quinte dei palazzi del potere capitolino. Nelle ore precedenti l’udienza sono stati trasferiti gran parte degli imputati, così come disposto dal giudice Rosanna Ianiello presidente della sezione penale che li giudicherà. Una quindicina di persone, detenute in varie parti di Italia, saranno successivamente trasferite nel carcere di Rebibbia in maniera tale da poter essere presenti dalla seconda udienza in poi al processo. Gli imputati compariranno nelle celle dell’aula bunker di Rebibbia dal prossimo 10 novembre in poi mentre ciò che accadrà in aula lo potranno seguire in videoconferenza. Non potranno, invece, mai essere presenti fisicamente al processo i tre “super” imputati eccellenti che avranno solo la videoconferenza per seguire le varie udienze

Schermata 2015-11-06 alle 12.15.40L’ ex terrorista dei Nar e collaboratore dei Servizi “deviati”  Massimo Carminati  ritenuto a capo del “clan” ed attualmente detenuto in regime di 41 bis a Parma, il “boss” delle cooperative rosse Salvatore Buzzi, e braccio operativo dell’organizzazione e Riccardo Brugia, uomo di fiducia e spalla di Carminati ,  presunto custode di armi, che  però non sono mai state trovate dagli inquirenti.

Altro ruolo di spicco nell’organizzazione, sotto processo, è  Luca Odevaine, già capo di gabinetto nel 2006 dell’allora sindaco di Valter Veltroni, che nella sua qualità di appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale, assicurava il business dei rifugiati, che da martedì scorso è stato messo agli arresti domiciliari. Sono questi i principali protagonisti del maxi processo di Mafia capitale, l’associazione a delinquere di stampo mafioso, scoperchiata da un’inchiesta dei pm Luca Tescaroli, Giuseppe Cascini e Paolo Ielo coordinati dal procuratore capo Giuseppe Pignatone nelle due retate del 2 dicembre 2014 e del 4 giugno 2015.

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Nella prima udienza erano presenti in aula 22 imputati, cioè tutti quelli raggiunti da provvedimenti cautelari ai domiciliari. Tra loro alcuni politici ex amministratori locali tra cui Mirko Coratti, (ex Forza Italia, poi diventato Pd-area Dem) già presidente del Consiglio comunale di Roma, ed il consigliere comunale Giordano Tredicine (Forza Italia) .  La prima udienza di ieri si è limitata alle varie questioni ed eccezioni preliminari sollevate dagli avvocati degli imputati o alle istanze di costituzioni delle parti civili con in prima linea quella di Roma Capitale firmata dal prefetto Francesco Paolo Tronca. E’ stato  l’inizio di un lungo “duello” con le accuse della Procura romana,  che in aula è stata rappresentata dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dai sostituti Ielo, Tescaroli e Cascini.

Questa è la storia di Mafia Capitale

LA PRIMA RETATA. La prima retata dell’operazione “Mondo di Mezzo” è del 2 dicembre 2014: vengono emesse 39 misure cautelari (8 persone finiscono agli arresti domiciliari), con accuse di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio di denaro e altri reati. Perquisizioni vengono effettuate nella Regione Lazio e in Campidoglio. Oltre a Carminati, Buzzi e Odevaine, finiscono destinatari di misure di prevenzione l’ex amministratore delegato dell’Ente Eur, Riccardo Mancini, il braccio “armato” di Carminati, Riccardo Brugia, Agostino Gaglianone, Fabrizio Franco Testa, Franco Panzironi, Giovanni Fiscon, Carlo Guarany, Pierina Chiaravalle,  Emanuela Bugitti, Alessandra Garrone, Pierina Chiaravalle, Emilio Gammuto, collaboratore del  Buzzi.

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nella foto Luca Odevaine e Salvatore Buzzi intercettati e filmati dai Carabinieri del ROS

LA SECONDA RETATA. È il 4 giugno 2015 quando, nell’ambito della stessa inchiesta, vengono arrestate altre 44 persone, di cui 25 ai domiciliari, in gran parte ex manager delle cooperative ed ex assessori e consiglieri. Altri 21 indagati rimangono a piede libero. Tra i destinatari di misure cautelari ci sono Claudio Bolla, Nadia Cerrito, Mirko Coratti, Paolo Di Ninno, Luca Gramazio, Michele Nacamulli, Daniele Ozzimo, Angelo Scozzafava, Franco Figurelli, Salvatore Menolascina, Daniele Pulcini, Andrea Tassone, Giordano Tredicine, Carmelo Parabita.

Luca Gramazio

nella foto, l’arresto del consigliere regionale Luca Gramazio

I POLITICI. Se tra gli indagati ( e rinviato a giudizio) c’è anche l’ex sindaco Gianni Alemanno, questa seconda tranche dell’inchiesta ha lambito anche la Regione Lazio:infatti finisce in carcere  Luca Gramazio, ex consigliere capogruppo Pdl in consiglio comunale e poi in Regione, accusato di avere messo le sue cariche istituzionali al servizio dell’associazione criminosa guidata da Massimo Carminati. I Ros dei Carabinieri nelle carte dell’inchiesta lo descrivono come un soggetto di “straordinaria pericolosità“.

Un altro politico arrestato è Mirko Coratti, ex presidente del consiglio comunale in quota Pd, dimessosi a dicembre dopo la prima ondata di arresti. Insieme a Coratti, ex Dc, ex Udeur, ex Forza Italia, e al momento dell’arresto Pd, finisce in manette anche il suo capo segreteria, Franco Figurelli. In un’intercettazione Buzzi dice: “Me sò comprato Coratti, lui sta con me“.

ASSESSORI & CONSIGLIERI. Altro politico è l’ex assessore alla casa dem Daniele Ozzimo. Ai domiciliari finiscono anche due suoi stretti collaboratori, Angelo Marinelli e Brigidina Paone. Finito in manette anche Angelo Scozzafava, ex capo dipartimento alle Politiche Sociali di Roma, il consigliere comunale pd Pierpaolo Pedetti, presidente della Commissione Patrimonio, e un dipendente del suo dipartimento, Mario Cola. Agli arresti anche Giordano Tredicine, consigliere comunale e vicecoordinatore regionale di Forza Italia, del quale Buzzi e Carminati in una intercettazione dicono: “Giordano s’è sposato con noi e noi semo felici de stà con lui. È un serio e poco chiacchierato nonostante faccia un milione di impicci“. In manette anche Massimo Caprari, capogruppo di Centro Democratico,

IL “COSTRUTTORE” ED I MANAGER. Il costruttore Daniele Pulcini finisce ai domiciliari. E così i manager della cooperativa La Cascina, braccio economico della Compagnia delle Opere-Comunione e Liberazione,  rivale della 29 Giugno. Si tratta di Domenico Cammissa, il barese Salvatore Menolascina, il salentino Carmelo Parabita e Francesco Ferrara (che è finito in carcere). Secondo l’accusa i quattro avrebbero retribuito Luca Odevaine e avrebbero, insieme a Buzzi, “turbato una gara per l’individuazione dei centri in cui accogliere 1278 migranti già presenti a Roma e altri 800 in arrivo“.

CdG pm mafia capitale

da sinistra i pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli

I POLITICI “ECCELLENTI”  . La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex sindaco Gianni Alemanno nell’ambito dell’inchiesta su Mafia Capitale. Le accuse contestate sono la corruzione e l’illecito finanziamento. Il gup Nicola Di Grazia si pronuncerà sulla richiesta dei pm di piazzale Clodio l’11 dicembre prossimo. All’ex sindaco di Roma si contesta di aver ricevuto somme di denaro, 125mila euro, in gran parte attraverso la Fondazione Nuova Italia da lui presieduta, per il compimento di atti contrari ai doveri del suo ufficio. Secondo l’accusa le somme percepite sarebbero state erogate da Salvatore Buzzi, ras delle cooperative, in accordo con Massimo Carminati. I fatti, secondo la richiesta firmata dal procuratore Giuseppe Pignatone, dall’aggiunto Michele Prestipino e dai pm Paolo Ielo, Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, risalgono al periodo 2012-2014. Per il tramite l’ex ad di Ama Franco Panzironi, Alemanno , attraverso la fondazione Nuova Italia, avrebbe ricevuto 75mila euro sotto forma di finanziamento per cene elettorali, 40mila euro per finanziamento della sua fondazione e circa 10mila euro cash, questi ultimi nell’ottobre 2014, a due mesi dalla prima tranche di arresti per “Mafia Capitale“.

Nella richiesta di rinvio a giudizio bisogna cogliere la notizia più importante e cioè che ogni accusa e ogni aggravante connessa all’associazione mafiosa nei miei confronti è completamente caduta“. Lo afferma in una nota l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno. “Spero – aggiunge – che, dopo un anno di massacro mediatico nei miei confronti, questa notizia venga data dai media con tutta la rilevanza che merita e che fino ad ora non è stata garantita. Davanti al gup o, se sarà necessario davanti al Giudice ordinario, dimostrerò tutta la mia totale estraneità alle residue accuse che mi vengono mosse“.

Ne uscirò innocente, se non mi sono accorto che c’era un’associazione criminale in Campidoglio, non se n’è accorto nessuno, Questore, Prefetto, Comandante dei carabinieri, il prefetto Mori che era mio consulente. Mafia Capitale al 70% è una faccenda di sinistra in cui la destra entra marginalmente.Così intervistato da Sky Tg24 si difendeva l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, prima che la procura ne chiedesse ieri il rinvio a giudizio per corruzione e illecito finanziamento. “I versamenti che mi vengono contestati sono tutti trasparenti, tutti registrati attraverso la fondazione Nuova Italia“, ha detto Alemanno, che ha ribadito di non avere “mai conosciuto Carminati, nemmeno negli anni ’70, quando io ero nel Movimento sociale italiano e lui un extraparlamentare. Eravamo in mondi diversi“. “Con Buzzi ho avuto il normale rapporto che si ha con la cooperazione sociale a Roma – ha aggiunto Alemanno non volevo fare il sindaco di destra che in base al pregiudizio ideologico chiude la porta al principale esponente della cooperazione di sinistra. Forse avrei fatto meglio, ma purtroppo è andata così“.

RITO ABBREVIATO. Ci sono altri processi con rito abbreviato: partiranno il 26 novembre e riguardano l’ex assessore comunale alla Casa Daniele Ozzimo, l’ex consigliere comunale Massimo Caprari, Gerardo e Tommaso Addeo, già collaboratori di Luca Odevaine e Paolo Solvi, collaboratore dell’ex presidente del X Municipio Andrea Tassone, tutti accusati di corruzione. Mentre il 21 dicembre prossimo il giudice dell’udienza preliminare di Roma Alessandra Boffi si pronuncerà sulla richiesta di patteggiamento che quattro ex dirigenti della cooperativa La Cascina.

IL MAXIPROCESSO. In aula, come già detto, non ci sono per motivi di sicurezza Salvatore Buzzi e Massimo Carminati che parteciperanno comunque al processo in videoconferenza. La lista stilata dalla procura comprende una sessantina di persone e, oltre alle forze dell’ordine, ci sono nomi eccellenti, indagati di peso ed ex politici di spicco. Si va da Roberto Grilli, il narcotrafficante che con le sue dichiarazioni al pm Cascini, nel 2012, ha dato il via alla maxi indagine su Carminati e soci, fino a Marco Mario Milanese l’ex ufficiale della Guardia di Finanza  . Quest’ultimo ex deputato di Forza Italia e consigliere politico dell’ex ministro Giulio Tremonti, verrà sentito a processo in “ordine alla provenienza delle pressioni esercitate per la conferma di Fabrizio Franco Testa“, nel cda dell’ Enav,  che è uno tra i principali indagati in “Mafia capitale“,. In merito ad Ama spa i pm ascolteranno ciò che ha da dire in aula Giovanna Giuseppina Anelli. La donna è tra gli indagati della maxi inchiesta, ed è l’ex dg della municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti nella capitale. A lei i pm chiederanno di far luce sul ruolo di Franco Panzironi e sulle pressioni esercitate dall’allora sindaco Gianni Alemanno all’interno di Ama. Mancini e Panzironi  erano “pubblici ufficiali a libro paga” che fornivano “all’organizzazione uno stabile contributo per l’aggiudicazione degli appalti“.

Schermata 2015-11-06 alle 11.58.33“MAFIA CAPITALE”. Il processo è iniziato con l’appello dei detenuti collegati in videoconferenza Il presidente della X Sezione, Rosanna Ianniello, ha verificato i collegamenti tv relativi ai detenuti reclusi fuori Roma e tra questi Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, principali imputati del processo. In aula presenti, tra gli altri imputati, Luca Odevaine, da alcuni giorni agli arresti domiciliari, e l’imprenditore Daniele Pulcini. L’udienza si tiene nell’aula Occorsio del Tribunale di Roma stipata all’inverosimile.

Luca Odevaine  a margine del processo ammette di aver “fatto degli errori, ho ammesso le mie responsabilità e ora sto collaborando con i magistrati.  ” Odevaine un pentito? Più che altro una persona che ha commesso degli errori, ha ammesso le sue responsabilità in relazione a delle dazioni di denaro e sta collaborando con i magistrati. Anche questa volta ha scelto di stare dalla parte della giustizia“, ha detto Luca Petrucci, legale di Odevaine, considerato dai Pm di Roma a libro paga di Mafia Capitale. Odevaine proprio alla vigilia del maxiprocesso, dopo 11 mesi di carcere,  ha ottenuto gli arresti domiciliari .

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BUZZI NON POTRA’ ESSERE IN AULA. No del tribunale . I giudici della X sezione penale hanno respinto tutte le istanze di nullità presentate alcuni difensori nella prima udienza del maxiprocesso a Mafia Capitale. Il presidente Rosanna Ienniello ha disposto, in sostanza, che Riccardo Brugia, Franco Testa e Salvatore Buzzi possano seguire il procedimento solamente in collegamento audiovisivo.

Massimo Carminati in questo processo parlerà, è intenzionato a difendersi in modo diverso dal solito perché vuole chiarire un sacco di cose e lo farà“. E’ quanto annuncia l’avvocato Giosue’ Naso, difensore dell’ex terrorista che secondo la Procura di Roma sarebbe a capo del clan di Mafia Capitale. Pochi minuti dall’inizio della prima udienza del maxiprocesso Naso ci ha confermato e detto  che il suo cliente, che dal giorno dell’arresto non ha mai parlato con i pm, quando toccherà a lui sarà pronto a parlare davanti ai giudici della X sezione penale. “Di tutta questa storia a Carminati ha dato particolarmente fastidio – ha aggiunto Naso che  in aula ha sollevato una serie di eccezioni preliminari (tute rigettate)  – il fatto che il suo nome sia stato accostato alle parole ‘mafia‘ e ‘droga‘. Con la mafia non c’entra proprio nulla e la droga gli fa veramente schifo. E non parliamo delle armi che non sono mai state trovate“.

 

 

Il penalista romano ha commentato anche le prime sentenze arrivate in settimana e in particolare il fatto che il gup Anna Criscuolo abbia riconosciuto ad un collaboratore di Buzzi, Gammuto, l’aggravante mafiosa. “Si tratta di una decisione ampiamente attesa, arrivata in forma assolutamente tempestiva. Noi da un anno stiamo aspettando di comparire davanti al tribunale – conclude – e, guarda il caso, gli immediati verranno celebrati proprio alla vigilia di questa sentenza gup e dell’arresto di alcuni giorni fa della dirigente Eur Spa, Clelia Logorelli, per corruzione. Questo per far capire il clima. Secondo me c’e’ una regia facilmente identificabile che vuole tutto questo. In aula lo dirò a chiare lettere”.

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PARTE IL PROCESSO

Tra i cinquanta e più avvocati tutti in fila per depositare la richiesta di potersi costituire parte civile, con l’obiettivo di ottenere il risarcimento danni dai condannati ce n’è uno che va ricordato. Trent’anni fa a Palermo, nel maxi-processo a Cosa nostra fece la stessa cosa nell’aula-bunker dell’Ucciardone .  Stiamo parlando di Alfredo Galasso, oggi settantacinquenne, ex deputato tornato a frequentare i palazzi di giustizia. Era il  1986 quando assisteva i familiari di un morto ammazzato, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. A Roma è per conto di Confindustria, che si costituisce parte civile lamentando la violazione della libertà d’impresa e della libera concorrenza da parte degli imputati di Mafia capitale.

Anche a Palermo – dice Galasso al collega Bianconi del CORRIERE DELLA SERA c’era chi negava l’esistenza di Cosa nostra, proprio come adesso c’è chi afferma che Mafia capitale è solo un’invenzione. La differenza è che allora si processava solo il primo livello, la manovalanza, qui invece compaiono anche il secondo e il terzo: i collusi nella pubblica amministrazione e i politici, tra assessori e consiglieri regionali. Altro che mondo di mezzo, qui c’è il mondo intero!”.

Ieri per il processo a “Mafia Capitale”  c’era la folla delle grandi occasioni: tanti avvocati, pubblico di curiosi, molti giornalisti. Mancano gli imputati nelle gabbie, oggi i detenuti sono tutti collegati in videoconferenza. A cominciare dal presunto capo dell’organizzazione, Massimo Carminati; la sua sagoma appare sfocata nel teleschermo che riprende una saletta del carcere di Parma.

Bruno Naso l’avvocato dell’ex estremista nero Carminati ,  evoca “il cosiddetto terrorismo» quando ricorda che a Roma si sono fatti fior di dibattimenti con centinaia di imputati pericolosi e detenuti, regolarmente presenti, senza ricorrere a questa diavoleria delle videoconferenze. Erano fatti e processi molto, ma molto più seri di questo”, rivendicando il diritto di altri due suoi assistiti (Carminati essendo in carcere ai rigori del «41 bis» non può essere presente per Legge  ) di venire in aula, ma soprattutto per sminuire la costruzione dei pubblici ministeri, sopratutto la loro accusa di mafia. “Questo è un processetto, appositamente dopato, montato da una campagna mediatico-giudiziaria con precise finalità, ma sempre processetto resta!”  dice Naso provocatoriamente ma il pubblico ministero Giuseppe Cascini gli ribatte “Io vorrei discutere di diritto, ma finora non ne ho sentito parlare”. È il centro della “guerriglia” mediatica, molto più che giudiziaria come invece dovrebbe essere che si agita intorno al processo; ci si divide tra sostenitori dell’associazione mafiosa e detrattori dell’accusa  come se fosse una discussione da bar sport. In realtà è un importante processo penale, nonostante la prima udienza assomigli più a un convegno con centinaia di invitati, quelli dove uno parla, pochi ascoltano e in platea tutti a  chiacchierare, commentare, criticare.
Quando sono state affrontate le questioni preliminari, in merito alle riprese televisive l’avvocato Filippo Dinacci, difensore dell’ex presidente del consiglio comunale Mirko Coratti che non era presente in aula, manifesta il suo dissenso: “Non capisco tutta questa attenzione, non vedo nessun interesse sociale in questo dibattimento, è uno dei tanti che si celebrano ogni giorno per reati di criminalità organizzata“. Parole che suonano come un volare ignorare, dimenticare, calpestare le note conseguenze politiche conseguenti all’inchiesta della Procura romana e dei ROS dei Carabinieri,  ancora prima che il processo approdasse in aula. Si tratta di un’evidente chiara strategia di molti difensori: abbassare le luci per cercare di spegnere telecamere e riflettori che fanno luce e clamore sugli arresti di un anno fa. Ma tutto questo nello show mediatico giudiziario della prima udienza è difficile, quasi impossibile.

La prossima udienza ci si trasferisce a Rebibbia, nell’aula costruita accanto al carcere ai tempi dei terrorismo. Un altra conferma, che questo è realmente un “maxi-processo“.

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