La sfiducia di Taranto e gli errori di Melucci

La sfiducia di Taranto e gli errori di Melucci

Un richiamo alla vita privata e persino al conto in banca che suona offensivo verso una missione pubblica che al sindaco non è stata certo imposta ma che è stato lui a chiedere ai cittadini di poter svolgere. Ma a parte le questioni di forma, c’è la politica: Melucci è già azzoppato

di Sergio Talamo*

C’è qualcosa di stonato nelle dichiarazioni a caldo del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci dopo il flop dei primo consiglio comunale (maggioranza assente per il violento strappo fra primo cittadino e Pd, opposizione che lascia l’aula, numero legale mancante, sospensione e aggiornamento della seduta). L’ultimatum del sindaco – a proposito: ultimatum a chi? – «entro 48 ore deciderò se sciogliere o meno il consiglio» si segnala per l’inopportunità dei toni e l’incoerenza della sostanza. Le parole, in politica come nella vita, non sono mai neutre: «Valuterò se tornare al mio lavoro, dove sicuramente guadagnavo il doppio, facevo una vita più serena e mi godevo di più i miei bambini».

Un richiamo alla vita privata e persino al conto in banca che suona offensivo verso una missione pubblica che al sindaco non è stata certo imposta ma che è stato lui a chiedere ai cittadini di poter svolgere. Ma a parte le questioni di forma, c’è la politica: Melucci è già azzoppato perché sin dall’inizio ha scelto di muoversi come se la politica non fosse costruzione di consenso e selezione dei migliori, ma una sorta di mandato a decidere sempre e comunque da soli, o tutt’al più con il sostegno di un esterno alla vita cittadina – per quanto autorevole – che risponde al nome del presidente regionale Michele Emiliano. Cosa racconteranno dopo le fatidiche 48 ore sindaco e governatore ai cittadini di Taranto? Che le loro manovre per vincere comunque, anche senza voti, e nominare assessori calati dall’alto, ora non bastano più? Che ne è del giudizio di Emiliano dopo il voto del 25 giugno, «è stato un vero trionfo»?

 E della promessa di Melucci, «farò il sindaco con l’aiuto di tutti»? Subito dopo il voto, il Corriere del Mezzogiorno aveva provato ad usare uno strumento poco consueto per i politici di oggi: l’umiltà. Nel caso specifico, l’umiltà di fare due conti: mentre 10 anni fa a Taranto erano andati a votare più di 7 cittadini su 10, e cinque anni fa 6, nelle elezioni 2017 si era crollati a 3 su 10: solo il 32,9 per cento. In termini assoluti, appena 27 mila elettori avevano detto «si» a Melucci sindaco. Peraltro, il distacco dalla contendente Stefania Baldassarri era di meno di 1.000 voti. Ci eravamo permessi di suggerire che di fronte a un segnale così esplicito, serviva un salto di qualità e di mentalità. Taranto aveva dimostrato di non essere una città divisa da sinistra e destra ma piuttosto unita dalla sfiducia e dalla disperazione.

Una strada da seguire poteva quindi essere quella di aprire le porte della Giunta e del governo complessivo di Taranto a tante energie che si erano messe in evidenza con Baldassarri ed oltre Baldassarri. Un governo di solidarietà cittadina, insomma. Oltre ogni fatiscente schema nazionale o locale. Melucci invece, dopo aver vinto grazie agli accordi con gruppi e gruppetti vari, ha preferito farsi dare la lista degli assessori da Bari per poi pretendere mani libere rispetto ai suoi azionisti di maggioranza.

Oggi che, com’era evidente, si scopre che chi ti ha eletto ti presenta il conto, arriva il ricatto alla città: se non la smettono me ne vado perché prima guadagnavo il doppio. Come se in gioco non ci fosse una comunità cui hai chiesto fiducia e a cui dovresti come minimo non far pagare i tuoi calcoli sbagliati o le tue ingenuità.

*editoriale tratto dal Corriere del Mezzogiorno

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