La protesta delle imprese dell'indotto ILVA di Taranto al MISE. Se si chiude l' ex ILVA muore Taranto

La protesta delle imprese dell'indotto ILVA di Taranto al MISE. Se si chiude l' ex ILVA muore Taranto

Il numero dei dipendenti delle aziende presenti ed operanti nell’ indotto ex ILVA di Taranto ammonta a circa 6mila unità, molte delle quali hanno già sacrificato e perso fra il 2014 e il 2015 la somma di 150 milioni di euro nel passaggio fra ILVA spa (falllita) ed ILVA in Amministrazione Straordinaria  (crediti confluiti nello stato passivo).

di Antonello de Gennaro

ROMA – Ieri pomeriggio le aziende dell’indotto Arcelor Mittal Italia aderenti a Confindustria Taranto, assieme ad una delegazione formata da rappresentanti dai sindaci della provincia jonica, fra i quali spiccavano però le assenze del Presidente della Provincia di Taranto, e del Sindaco del Comune di Taranto, hanno organizzato e partecipato ad un presidio effettuato sotto il Ministero dello Sviluppo Economico.

Una delegazione, guidata dal Presidente di Confindustria Taranto Antonio Marinaro, ha incontrato il Ministro Stefano Patuanelli (M5S)  al quale hanno consegnato un documento sulla vicenda  Arcelor Mittal, che è stato portato all’attenzione, nella stessa giornata, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte.

Al Ministro la delegazione ha illustrato  la grave situazione di emergenza in cui le aziende tarantine si ritrovano dopo che Arcelor Mittal Italia ha deciso di lasciare lo stabilimento, senza però aver corrisposto alle stesse aziende fornitrici l’ammontare dei crediti maturati, pari a circa 50 milioni di euro: una situazione gravissima che sta già dando luogo al ricorso alla cassa integrazione per i dipendenti delle stesse imprese. In alcuni casi si parla di licenziamenti.

Il numero dei dipendenti delle aziende presenti ed operanti nell’ indotto ex ILVA di Taranto ammonta a circa 6mila unità, molte delle quali hanno già sacrificato e perso fra il 2014 e il 2015 la somma di 150 milioni di euro nel passaggio fra ILVA spa (falllita) ed ILVA in Amministrazione Straordinaria  (crediti confluiti nello stato passivo).

Una situazione che in presenza di mancanza di soluzioni da parte di Arcelor Mittal e del Governo, di fatto metterebbe in ginocchio il settore dell’impresa tarantina che non sarà in grado di poter pagare più gli stipendi, e si vedranno costretti a portare i propri libri sociali in Tribunale a Taranto, eco perchè gli imprenditori di Taranto e provincia di Confindustria pretendono delle risposte non più procrastinabili.

Una delle prove che ArcelorMittal ha già deciso di mollare con Taranto? Il numero telefonico destinato alle imprese dell’indotto-appalto. Da martedì scorso quel numero è staccato, impossibile avere una risposta, impossibile sapere se e quando ci pagheranno. Nulla di nulla” racconta Francesca Franzoso, con-titolare della società Iris, con stabilimento a Torricella, 150 dipendenti, si occupa di manutenzioni ed effettua anche lavorazioni meccaniche sui pezzi degli impianti che ArcelorMittal manda al ripristino. La Franzoso insieme a sua sorella Maria Grazia,  è una delle imprenditrici che vive sulla propria pelle la crisi dell’indotto siderurgico di Taranto, società alla quale ArcelorMittal non ha ancora saldato le fatture scadute così come tutte le altre imprese di Taranto e Provincia.

Il racconto fatto dalla Franzoso al Sole24Ore spiega molto bene la situazione.Quando ho chiamato l’ultima volta, appena ho sentito che ArcelorMittal voleva rescindere il contratto di gestione, hanno detto che mi sarebbe stata bonificata la somma di 406mila euro. Attualmente la mia azienda ha fatturato 1 milione e 700mila euro di lavori verso ArcelorMittal  di cui 828mila si riferiscono allo scaduto. Ho acquisito quindi l’informazione sui 406mila euro, ma la mail che di solito viene inviata, non mi è mai stata spedita e nemmeno il bonifico ho ricevuto ovviamente“.

La società IRIS come tante altre è una quelle che nel passaggio di ILVA, a gennaio 2015, dalla gestione commissariale (Bondi nominato dal Governo Letta) all’amministrazione straordinaria (commissari Carruba-Gnudi-Laghi nominati dal Governo Renzi) ha perso non pochi soldi. “Si, purtroppo. Li siamo esposti per 4,2 milioni di euro. – aggiunge la Franzoso Come linea generale, le imprese che sono in questa situazione continuano a tenere i crediti nella parte attiva dei propri bilanci svalutandoli anno dopo anno, sia pure di poco. Altrimenti, le aziende andrebbero a gambe all’aria. Fallirebbero. Le aziende si comportano così nell’attesa che il Tribunale di Milano, dove è stata rimessa la partita, decida se, quando e in che misura rientreremo nei vecchi crediti”.

“L’attività con ArcelorMittal si era rimessa in movimento. – continua la FranzosoDiciamo che eravamo al 60% rispetto al volume che avevamo con i Riva. Con i commissari straordinari Ilva, invece, eravamo quasi fermi. Non c’era lavoro, ci chiamavano solo per gestire le emergenze“.

Ora la IRISI si vede costretta a ricorrere per tutti i 150 dipendenti alla cassa integrazione. Ho già avviato la procedura. La nostra azienda ha contratti di manutenzione annuali con proroga biennale ma i capi reparto di ArcelorMittal hanno già detto di non mandare più personale per la manutenzione degli impianti. E la cassa integrazione è una scelta obbligata, non una decisione personale per non pagare i dipendenti, ma bensì per salvaguardarli in questo scenario inquietante” spiega Francesca Franzoso contattata dal CORRIERE DEL GIORNO.

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha convocato per le 15:30 di oggi pomeriggio Arcelor Mittal e sindacati (come da procedura ex 47) nel tentativo di aprire un canale di confronto istituzionale con un’azienda che finora sembra evitare il Governo in campo aperto. Per tutta risposta ArcelorMittal ha annunciato ieri il “funerale” dell’ ILVA di Taranto comunicando ai sindacati le date di spegnimento degli altiforni.

La società del gruppo ArcelorMittal  è tecnicamente tenuta a partecipare all’incontro al Mise dove ci saranno anche i leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, mentre  per ArcelorMittal dovrebbe esserci l’amministratrice delegata Lucia Morselli. L’annuncio dello spegnimento degli altiforni non e’ una novità: la decisione era già stato comunicato il 5 novembre nella lettera ai sindacati che ha aperto la procedura di recessione all’Amministrazione Straordinaria (cioè allo Stato) di asset e lavoratori dell’ex Ilva.

Mentre in questi 10 giorni tutta l’attenzione era (e lo è ancora) rivolta allo scudo penale che in molti – a partire dai sindacati – chiedono di ripristinare. Di contro il Governo continua a ripetere che ArcelorMittal non ha il diritto di spegnere gli Altiforni e minaccia risarcimenti miliardari. Lo dicono i sindacati per voce di Rocco Palombella: “ArcelorMittal non può fermare gli impianti perché sono di proprietà dello Stato” (in realtà fanno ancora capo all’Amministrazione Straordinaria cioè ai creditori dell’ex Ilva). Spegnere gli altoforni equivale distruggerli e questo gli costerà risarcimenti di dimensioni devastanti”.

Ecco il piano di Arcelor Mittal per spegnere gli impianti dello stabilimento di Taranto.

Arcelor Mittal piano_compressed (1)

 

 

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