La “dolce vita” delle mafie a Roma

La “dolce vita” delle mafie a Roma

Il segreto della Capitale, per dirlo con parole del procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, è la “complessità”, anche “criminale”, resa più caratteristica dalla presenza di un ampio “Mondo di Mezzo”, in cui è facile reclutare prestanome, ma è ancora più frequente imbattersi in veri e propri network criminali, altamente professionali

di Gerardo Mastrodomenico*

il Colonnello Gerardo Mastrodomenico

Assolutamente calzante è l’immagine giornalistica che vede il Lazio, e Roma in particolare, come una sorta di “supernova”, un buco nero che attira – inesorabilmente – gli appetiti della criminalità organizzata. Usura, gioco d’azzardo e stupefacenti le principali fonti di finanziamento. La vastità del territorio, una sostanziale pax mafiosa, la presenza e la convivenza di più organizzazioni criminali, anche di matrice mafiosa, in uno con la facilità di mimetizzarsi nel circuito legale, anche grazie alle dimensioni economiche della stessa Capitale, costituiscono il volano degli investimenti criminali.

Un luogo ove insediare articolazioni logistico-imprenditoriali, serventi al riciclaggio di capitali illecitamente accumulati ed all’investimento in attività imprenditoriali. Il segreto della Capitale, per dirlo con parole del procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, è la “complessità”, anche “criminale”, resa più caratteristica dalla presenza di un ampio “Mondo di Mezzo”, in cui è facile reclutare prestanome – le  classiche figure degli impossidenti, vecchi, giovani, stranieri, magari residenti agli indirizzi di comodo forniti da Roma Capitale per i senza fissa dimora – ma è ancora più frequente imbattersi in veri e propri network criminali, altamente professionali, in grado di garantire interi pacchetti di servizio: broker dell’intestazione fittizia.

Se questo è il quadro generale, le indagini svolte hanno documentato un singolare quanto comprensibile interesse nei confronti dei luoghi a più evidente vocazione turistica, risultando le zone centrali di Roma quelle più appetibili per riciclare gli incommensurabili profitti illeciti della criminalità organizzata.

Il vero spartiacque, al riguardo, è il sequestro (nel 2009, poi dissequestrato in appello) del noto “Cafè de Paris” di via Veneto, quando, al di là dell’esito giudiziario, le indagini documentarono straordinarie ascese imprenditoriali di esponenti di spicco della cosca Alvaro di Sinopoli (Reggio Calabria), nonché l’interesse di insospettabili soggetti in contatto con ambienti criminali calabresi – originari di un piccolo centro aspromontano noto alle cronache giudiziarie per aver dato i natali ad importanti cosche di ‘ndrangheta – verso il redditizio mercato della ristorazione e della somministrazione di bevande.

È dell’ottobre 2013, poi, il sequestro del notissimo “Hotel Gianicolo”, confiscato nell’aprile 2016, un angolo di paradiso nel cuore di Roma, dalle cui finestre è possibile ammirare uno straordinario scorcio del “Cupolone”, frutto di investimenti milionari di origine ignota e riferibili ad imprenditori calabresi risultati in rapporti con la cosca Gallico di Palmi.

A dicembre 2014, la situazione non cambia: ancora sequestri di società – tra cui la Boutique del Gioiello, attività di “compro oro”, sita nella centralissima via Trionfale ovvero altre persone giuridiche, attive nei settori della somministrazione in genere, nonché dell’allevamento e compravendita di carni e della commercializzazione di fiori – e sempre nei confronti di soggetti trapiantatisi nel Lazio ed originari dell’Aspromonte, appartenenti alle famiglie Scriva, Morabito e Mollica.

Hotel Gianicolo Roma

In qualsiasi settore la ‘ndrangheta si cimenti – come dichiarato dal collaboratore di giustizia Gianni Cretarola, tratto in arresto per l’omicidio avvenuto a Roma nel gennaio 2013 di Vincenzo Femia per fatti di droga – tutto ha un unico scopo: “Prendere il monopolio di quelle attività”. Neanche di fronte alla sacralità dei defunti si ferma la volontà di espansione economica, per i “calabresi” il “mercato delle margherite” di fronte al cimitero di Prima Porta, a Roma, è “cosa loro”.

Ancora, il sequestro avvenuto nel marzo e nel luglio 2015 di tre noti ristoranti siti a due passi dal Pantheon, “Il Faciolaro”, “La rotonda” ed il “Baroccio”, risultando il titolare, originario di Seminara, collegato alla citata cosca Alvaro di Sinopoli ovvero l’altrettanto imponente sequestro, dell’ottobre 2015, del noto bar della movida universitaria “Casina Favolosa” e del ristorante “M’addubbai”, siti nella centralissima zona di Piazza Bologna, fittiziamente intestati a prestanome e riferibili ad un soggetto calabrese già destinatario, dal 2009, di obbligo di dimora a Roma, anche perché ritenuto vicino alla potente cosca Mancuso di Limbadi.

Ma non è solo la ‘ndrangheta ad investire a Roma, anche le famiglie mafiose di camorra hanno intuito le potenzialità economiche dell’indotto connesso al redditizio mercato turistico della Capitale: su tutti l’imponente sequestro del febbraio 2014 di ristoranti e pizzerie ad insegna “Pizza Ciro”, poi confiscati nel 2016, riconducibili ad una famiglia campana ritenuta contigua al clan Contini di Napoli.

E, da ultimo, nel recente giugno 2017, l’emersione del reinvestimento di capitali illeciti provenienti dal clan camorristico “Amato-Pagano”, inteso “degli scissionisti”, con il conseguente sequestro degli storici bar “Mizzica” di via di Catanzaro e di Piazza Acilia, del locale “Macao” di via del Gazometro, frequentato dai Vip della movida romana. E ancora: quello della nota catena di bar “Babylon Cafe”, indagine che ha documentato cointeressenze con un altro gruppo criminale, votato al reimpiego di proventi da reato nel settore della ristorazione, ma riferibile ad un pregiudicato pugliese il quale (già collaboratore di giustizia quale appartenente alla Sacra Corona Unita pugliese ed uscito dal programma di protezione) la replica del modello criminale d’origine nel più interessante mercato della ristorazione romana, mantenendo immutata la risolutezza dei comportamenti criminali.

Indubbiamente una realtà “complessa”, rispetto alla quale, tuttavia, tutte le forze di polizia, guidate dalla Procura di Roma, non hanno alcuna intenzione di arretrare.

*Colonnello della Guardia di Finanza, comandante del Gico di Roma

 

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