L’ ANM dà ragione al Corriere del Giorno sul processo Ilva-Ambiente Svenduto

L’ ANM dà ragione al Corriere del Giorno sul processo Ilva-Ambiente Svenduto

Non si può non tenere conto che gli indirizzi di residenza di ben 4 magistrati e giudici coinvolti nel processo Ilva-Ambiente Svenduto, siano coincidenti con quelli di alcune parti offese, il chè si voglia o no assume un fattore con notevole valenza di carattere processuale.

di Antonello de Gennaro

Con una nota diramata ieri la giunta distrettuale dell’Anm di Lecce  ha confermato quanto avevamo sostenuto noi e cioè che “nella condotta di quel difensore è rilevabile una ostensione di “dati personali” (non di dati sensibili)” smentendo ed implicitamente “bacchettando le arroganti dichiarazioni del Gip Martino Rosati, a capo della sottosezione tarantina dell’ ANM, l’ associazione nazionale dei magistrati che altro non è di fatto che un’organizzazione sindacale e quindi priva di alcuna valenza deontologica o giuridica.

La giunta distrettuale dell’ ANM  nel suo comunicato, del quale stranamente non vi è alcuna traccia nel loro sito internet  sostiene che il  “trattamento” degli stessi, la cui giustificazione deve essere, pur sempre, contemperata con la tutela del diritto alla riservatezza, sulla base del principio generale del “bilanciamento” dei contrapposti interessi: bilanciamento che nella presente fattispecie non è dato ravvisare, ove si consideri che quel difensore avrebbe potuto ugualmente raggiungere lo scopo che si era prefisso mediante la semplice produzione al collegio di una cartina topografica, senza l’enfatico ricorso a dei “cartelloni riepilogativi”, posto che essi sarebbero poi facilmente transitati – come è puntualmente avvenuto – sulla carta stampata e sui siti web“.

Resta legittimo e doveroso ricordare al lettore, che un’organizzazione sindacale di magistrati non può e non deve permettersi di interferire ed interloquire rispetto agli esercizi e diritti della difesa contemplati nel codice di procedura.

CdG processo ILVAIn realtà l’ ANM prende un grosso granchio mediatico, in quanto sulla carta stampata e sui siti web, fino a prova contraria, non risulta indicato alcun indirizzo delle abitazioni dei magistrati tarantini, ed inoltre dimentica che l’ufficio anagrafe di un Comune è aperto al pubblico, così come il Catasto immobiliare, e quindi è possibile a chiunque ne abbia voglia di scoprire l’indirizzo di residenza di un giudice o magistrato. Anche perchè quello che l’organizzazione sindacale dei magistrati dimentica che nonostante il ruolo ricoperto, un magistrato o un giudice è un cittadino come tutti gli altri davanti alla Legge, con gli stessi diritti ma con più doveri e responsabilità rappresentando la giustizia.

Non si può non tenere conto infatti che gli indirizzi di residenza di ben 4 magistrati e giudici coinvolti nel processo Ilva-Ambiente Svenduto, sono coincidenti con quelli di alcune parti offese, il chè si voglia o no assume un fattore con notevole valenza di carattere processuale.

La Giunta di Lecce dell’Anm, in un barlume di equilibrio rileva «come non competa certo all’Anm “giudicare della conformità a diritto” del processo in corso di celebrazione a Taranto, né della fondatezza – o meno – delle eccezioni sollevate dalle difese (ciò sarà oggetto delle valutazioni dei competenti organi giurisdizionali)”, di fatto ricordando l’esistenza di un Codice di Procedura Penale.

Davigo

nella foto Piercamillo Davigo, presidente dell’ Associazione Nazionale Magistrati

Come non dare ragione ai legali dell’ ILVA quando ricordano che “Abbiamo fatto quegli esempi, in forma anonima e senza entrare nei dettagli solo perchè riguardano magistrati che abitano a pochi chilometri dal siderurgico, sono in pratica parte interessata e quindi non in grado di dire con obiettività se l’Ilva ha inquinato o meno. Per questo abbiamo chiesto il trasferimento del processo a Potenza. Non abbiamo violato dati sensibili, ma fatto solo il nostro lavoro, e non sarà l’Anm a dirci come dobbiamo esercitare il diritto di difesa” ?

Quello che desta preoccupazione e sopratutto sgomento è il silenzio imbarazzante dei penalisti tarantini e della locale camera penale, che non ha proferito una parola, una sola parola a tutela dell’esercizio della professione forense nel Foro di Taranto, noto per la sua promiscuità e contiguità di interessi e rapporti fra magistrati, avvocati, commercialisti, che meriterebbero l’interessamento del Consiglio Superiore della Magistratura e l’intervento dell’ Ispettorato del Ministero di Giustizia come avvenuto a Trani (Bari).

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nella foto, il “plenum” del Csm, il Consiglio Superiore della Magistratura

O bisognerà aspettare che qualcuno, un giudice, un giornalista scriva un nuovo libro romanzato su quanto accade nel Palazzo di Giustizia di Taranto, ribattezzato “il porto della diossina” parafrasando il vecchio “porto delle nebbie” con cui si identificava negli anni ’90 la procura romana ?

Nel frattempo il nostro giornale continua a fare informazione libera indipendente, mentre gli altri si limitano a pubblicare solo comunicati stampa o fotocopiare atti processuali. Un’informazione libera nonostante gli attacchi subiti da qualche magistrato pieno di astio e rancore nei nostri confronti, accusandoci di dare troppe notizie su quanto avviene a Palazzo di Giustizia, un’attività che evidentemente dà fastidio ai sottoboschi degli uffici giudiziari, a quei magistrati specializzati nell’affidare laute consulenze “facili” assegnate agli amici degli amici, ed a richiedere il mio arresto, e recentemente persino nei confronti di un avvocato, a loro dire “reo” di aver dato consigli ad un pregiudicato suo assistito per non aggravare la propria posizione processuale. Cioè aver fatto il suo lavoro di avvocato difensore. Questo accade a Taranto.

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Guarda caso gli investigatori sono gli stessi. Ma spesso si distraggono troppo, “taroccano” il contenuto delle intercettazioni,  alterandone le frasi ed il loro significato e contenuto ipotizzando (come ha rilevato il Tribunale del Riesame di Lecce) reati inesistenti, o come nel caso che mi riguarda lasciandosi andare a supposizioni basate  su quanto trovano scritto sui citofoni. Ed a volte si rischia di rovinare la reputazione professionale di persone per bene che fanno il proprio lavoro, solo per la voglia di fare carriera o finire sui giornali. Ma a volte qualcuno dimentica che in carcere si finisce anche quando si porta una divisa adosso.

La chiamano “giustizia”…. ma per fortuna ad applicarla e farla rispettare ci sono ancora dei giudici seri, indipendenti, che onorano la toga che indossano ed applicano la Legge. Sono questi i veri paladini e baluardi della “Giustizia” quella con la “G” maiuscola. Non quelli che cercano citazioni, fotografie e titoli sui “giornaletti” compiacenti grazie a qualche pennivendolo di turno.

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