Il pericolo che manchi un vincitore

Il pericolo che manchi un vincitore

Il disamore per la politica indebolisce le basi della rappresentanza e il forte astensionismo minaccia di stravolgere gli equilibri tra le principali forze in campo, che oggi sono tre, ciascuna delle quali difficilmente coalizzabile con le altre. L’unica accreditata di qualche possibilità di vincere da sola (il centrodestra) è a sua volta divisa da una faglia che nessuna manifestazione comune può coprire del tutto.

di Giovanni Sabbatucci

La lunga campagna elettorale che sta per concludersi ha spinto commentatori e analisti politici a cercare precedenti e parallelismi nella storia dell’Italia repubblicana. C’è chi ha proposto il paragone classico con lo scontro di sistema del 18 aprile 1948; e chi ha ricordato la vigilia del 20 giugno 1976, agitata dal fantasma del compromesso storico e dalla paura del sorpasso comunista sulla Dc. Altri hanno pensato alle consultazioni del 27-28 marzo 1994, quelle della discesa in campo di Berlusconi e della prima prova di un sistema per tre quarti uninominale e maggioritario. Altri ancora, forse per sdrammatizzare, si sono limitati a evocare i tempi beati della Prima Repubblica e del proporzionale: quando le elezioni politiche si limitavano per lo più a registrare piccoli sommovimenti sismici all’interno di maggioranze quasi sempre uguali a se stesse e i risultati influivano solo indirettamente sulla composizione dei governi.

Tutti questi accostamenti contengono una parte di verità, ma nessuno può dirsi pienamente calzante. Nel 1948 era in vigore il proporzionale, ma la scelta chiamava in causa questioni di fondo (di schieramento internazionale, di sistema sociale, persino di valori religiosi) ed era secca e di semplice lettura: o si stava di qua o si stava di là.

Nel 1976 l’alternativa si presentava in termini assai meno drammatici: i partiti maggiori, compresi i comunisti, si riconoscevano in un unico «arco costituzionale» e il dibattito verteva semmai sull’opportunità di allargare i confini dell’area di governo fino a comprendervi il Pci. Nel 1994 si trattava di sperimentare un nuovo sistema bipolare che, nelle speranze dei più, avrebbe dovuto rimettere nelle mani degli elettori la scelta degli esecutivi, consentendo l’alternanza (come poi in effetti accadde) e incentivando così le pratiche del buon governo. Quest’ultimo obiettivo fu sostanzialmente fallito. Ma gli elettori mostrarono di gradire la novità, tant’è vero che l’affluenza alle urne si mantenne sempre elevata, al di sopra dell’80% (scese al 75% solo nel 2013).

La situazione attuale è ben diversa. Il disamore per la politica indebolisce le basi della rappresentanza e il forte astensionismo minaccia di stravolgere gli equilibri tra le principali forze in campo, che oggi sono tre, ciascuna delle quali difficilmente coalizzabile con le altre. L’unica accreditata di qualche possibilità di vincere da sola (il centrodestra) è a sua volta divisa da una faglia che nessuna manifestazione comune può coprire del tutto. Gruppi e partiti che un tempo non avremmo esitato a definire «anti-sistema» vantano nei sondaggi numeri tali da rendere non del tutto implausibile la loro autocandidatura alla guida del Paese. La legge elettorale in vigore, frutto di un laborioso compromesso è ancora da sperimentare; ma di essa tutto si può dire salvo che favorisca la formazione di maggioranze omogenee.

Non sarebbe dunque saggio, date queste condizioni, pensare di uscire dall’impasse riesumando logiche e strategie del tempo della Prima Repubblica, quando i partiti erano forti e radicati nella società (anche a prescindere dal loro peso numerico), condividevano almeno alcuni elementi di cultura politica e costituzionale e avevano alle spalle qualche significativa esperienza di governo in comune. Né sarebbe giusto affidarsi per la soluzione solo alla capacità mediatrice e alla sensibilità istituzionale del Capo dello Stato, che è obbligato comunque a muoversi secondo le linee tracciate dai risultati delle urne (e dal canto suo ha già fatto capire di non volersi spingere oltre i limiti segnati dalla Costituzione). Certo, un governo dovrà pur esistere e una maggioranza che lo appoggi dovrà trovarsi. Ma anche se questo obiettivo minimo verrà raggiunto, com’è auspicabile, il nuovo Parlamento non potrà sottrarsi al compito di partorire in tempi rapidi un’altra legge elettorale: una legge che non favorisca la frammentazione e affidi ai cittadini votanti, anziché a qualche marchingegno di dubbia efficacia, la scelta di un vincitore certo.

*editoriale tratto dal quotidiano La Stampa

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