I ministri non sono al di sopra della legge

di Stefano Passigli

La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Salvini ha determinato una forte tensione all’interno della maggioranza. Dopo l’iniziale «Processatemi!», declamato a gran voce dall’interessato con l’invito ai senatori del M5S a votare secondo coscienza, Salvini — per evitare una possibile condanna e la caduta del governo — ha infatti fatto una brusca marcia indietro, affermando che la sua è stata una decisione «politica» e chiedendo la solidarietà dell’alleato di governo e dello stesso premier.

La relazione del presidente della Giunta per le Autorizzazioni Gasparri, citando la legge 219 del 1989, sposa la tesi che la decisione di Salvini sia stata una decisione del governo, presa per tutelare «un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante», o comunque «un preminente interesse pubblico». L’intero impianto della relazione di Gasparri poggia tuttavia su fondamenti giuridici assai dubbi.

In primo luogo il fatto che il nostro ordinamento preveda una speciale procedura per i reati ministeriali significa che un ministro non è al di sopra della legge, e che nel corso della sua attività possa commettere un reato. Appellarsi alla natura «politica» del suo agire non è dunque di per sé un elemento dirimente, in particolare quando si consideri che il diritto internazionale prevede il divieto di respingimento di quanti abbiano diritto di accesso al territorio nazionale specie a norma degli articoli 2 e 10 della nostra Costituzione che disciplinano in termini perentori il dovere di solidarietà e il diritto di asilo. Del pari affermare che il ministro ha agito per «un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante» non elimina il fatto che tale interesse vada bilanciato con altri interessi costituzionalmente rilevanti, quali quelli già ricordati nei suindicati articoli 2 e 10 della Costituzione.

Paradossale è inoltre affermare — come fa Gasparri — che il Senato non possa estendere la propria valutazione «alla scelta dei mezzi» con cui il governo persegue un preminente interesse pubblico: se il Parlamento non potesse valutare i «mezzi» utilizzati dall’esecutivo il suo ruolo verrebbe negato alla radice. Analogamente, affermare che comunque si è agito per «un preminente interesse pubblico» non elimina la possibilità che Salvini sia incorso non solo e non tanto in quel reato di sequestro di persona che viene ipotizzato dal Tribunale dei ministri, quanto in un abuso di potere.

La competenza sui porti, e sulle modalità per attraccarvi, è infatti del ministro dei Trasporti Toninelli, e non del ministro dell’Interno competente a regolare le condizioni di accesso al territorio nazionale di quanti però siano già giunti ai suoi confini (nel caso di una nave italiana — come la Diciotti — i migranti erano già sul territorio nazionale, il che rende il respingimento effettuato dal ministro ancor più grave). La richiesta del Tribunale dei ministri ha indubbi motivi di fondamento, e non deve dunque sorprendere che tutta la maggioranza — e lo stesso premier Conte — si siano affannati ad affermare che la decisione di Salvini era stata una decisione dell’intero governo, e quindi politica, e non individuale.

La ragione di questa improvvisa assunzione di collegiale responsabilità è semplice: se Salvini non ha competenza sui porti che è di Toninelli, e se solo dopo lo sbarco la competenza diviene del ministro dell’Interno, il suo impedire un attracco configura un abuso di potere, così come il non rispondere ad una richiesta d’attracco da parte di Toninelli configurerebbe una omissione di atti d’ufficio. Tutto però si sana se vi è stata una decisione collegiale di governo. Ma le decisioni di governo non sono informali e non si possono inventare a posteriori. Il Consiglio dei ministri è preceduto da un pre-consiglio, ha un preciso ordine del giorno, che in molti casi è prassi sottoporre preventivamente alla conoscenza del presidente della Repubblica, e verbalizza le proprie decisioni.

Se una decisione collegiale di governo vi è stata, il governo produca i verbali delle sedute in cui tale decisione è stata assunta, e non solo tardive dichiarazioni di Conte o di questo o quel ministro. Dubito che il governo potrà farlo; in tal caso, i comportamenti di Salvini si configurano come veri e propri diktat all’intero governo e la copertura che ne viene oggi tentata dal premier non dovrebbe avere rilevanza. Se una regolare decisione di governo non c’è stata, anche una tardiva piena copertura politica da parte del premier e dei ministri 5 Stelle non sarebbe sufficiente a far cadere la fondatezza della richiesta di autorizzazione a procedere.

Per rendere Salvini non processabile la base dei 5 Stelle dovrà votare sulla piattaforma Rousseau contro la richiesta della magistratura inquirente negando la propria storica posizione in proposito. Ciò nonostante, prevedo che lo farà, anche se con qualche mal di pancia, perché almeno fino alle elezioni europee i due partiti non sembrano pronti a rompere la loro alleanza (salvo ulteriori sconvolgimenti nelle prossime elezioni regionali, o purtroppo drastici avvitamenti dell’economia). Tutte le possibili alternative — cambi di alleanze, scissioni, elezioni anticipate — avverranno dopo.

Quanto è certo è che le difficoltà degli italiani non sono finite e che la condotta dei partiti di governo le aggrava.

*opinione tratta dal Corriere della Sera