Gli “spifferi” della Questura di Taranto e la differenza fra gli avvocati penalisti di Lucca e quelli tarantini…

Gli “spifferi” della Questura di Taranto e la differenza fra gli avvocati penalisti di Lucca e quelli tarantini…

Si assiste ad una spettacolarizzazione della giustizia che integra una pratica tanto diffusa quanto illecita: il circo mediatico a cui siamo ormai tristemente avvezzi” che “non solo comporta la violazione della privacy e della dignità delle persone non colpevoli fino ad una sentenza irrevocabile di condanna”

di Antonello de Gennaro

da sx, Argentino, Schimera e Carbone

Due anni fa circa in occasione di una conferenza stampa convocata a Taranto una domenica mattina alle 8, fissata per le ore 12, per l’arresto effettuato (grazie ad una “soffiata” di un confidente) dei responsabili di un omicidio nel giro del commercio della droga nel quartiere Salinella. In quella occasione ebbi a contestare con fermezza ed anche durezza (ma sempre educatamente) al Questore di Taranto Stanislao Schimera ed al pm Maurizio Carbone della procura tarantina, la fuga delle notizie che avrebbero dovuto essere rese note in conferenza, ed apparse online su due giornali, ad opera dei soliti “ventriloqui” della Procura di Taranto che all’epoca dei fatti era retta dall’ accoppiata Franco Sebastio (capo) – Pietro Argentino (aggiunto) .

 

 

Le reazioni furono ben diverse. Fu il CORRIERE DEL GIORNO l’unico organo di stampa a protestare, nell’indifferenza ed il silenzio imbarazzante della stampa locale, sempre pronta a piegare il capo pur di non mettere a rischio le “clientele” di ogni genere  Il Questore di Taranto Schimerra si irrigidì preoccupandosi solo di farsi intervistare dalle telecamere delle tv locali, chiedendo “sono venuto bene ? sono andato bene ? ” preso da un’incontrollata voglia di apparire, mentre l’educato e corretto pm Carbone al termine della conferenza stampa mi si avvicinò garantendomi che da lui non era trapelato nulla. Conoscendolo, e sopratutto ricostruendo quanto accaduto, gli credetti senza esitare un solo attimo. L’arresto era stato fatto alle prime ore dell’alba della domenica cioè ad uffici giudiziari chiusi, e quindi era chiaro ed evidente che la “soffiata” proveniva dalla Questura tarantina.

 

Nei giorni scorsi un’altra inchiesta tarantina, quella relativa alle “mazzette” degli agenti della Polizia Stradale di Taranto, che ha portato agli arresti ben 6 poliziotti, ha portato alla luce delle ennesime fughe incontrollate di notizie dagli investigatori, che avevano reso possibile ai poliziotti indagati, il tentativo di occultare le prove a loro carico e persino intimorire i poliziotti onesti, che sono la stragrande maggioranza, che indagavano su di loro. Il pm era sempre il dottor  Maurizio Carbone . Ebbene non abbiamo sentito alcun lamento della Procura, della Questura e Prefettura di Taranto, su queste fughe di notizie. Figuriamoci se parlavano gli avvocati penalisti componenti delle Camera Penale di Taranto ! “Chi sbaglia in divisa sbaglia due volte” è stato il commento del capo della Polizia di Stato, il prefetto Franco Gabrielli  sull’arresto dei sei poliziotti della Polstrada . “Non mi sono stracciato le vesti – ha detto Gabrielliper il fatto che nella mia famiglia qualcuno ha sbagliato” evidenziando invece “la capacità dei corpi sani di espellere le situazioni di criticità, individuare le criticità, e di sanzionare chi sbaglia“. Dichiarazioni apprezzabili, condivisibili, ma che restano al momento solo belle parole. Non va dimenticato infatti che la corruzione dei poliziotti della Stradale tarantina, emerse esclusivamente grazie ad una telefonata anonima.

Ben altro comportamento quello degli avvocati della Camera Penale di Lucca sull’ennesima violazione dell’art. 114 c.p.p. che hanno emesso un comunicato stampa di protesta in relazione all’inchiesta sul doping del ciclismo che ha coinvolto 17 persone delle province toscane fra le quali alcune colpite da misure cautelari, i quali hanno constatato e contestato che la notizia degli arresti e perquisizioni era apparsa pubblicata dalla stampa nazionale e locale (esattamente come avvenne a Taranto) ben prima della conferenza stampa convocata per il giorno stesso.  “E’ evidente – scrivono gli avvocati della Camera Penale di Luccacome ai giornalisti sia stato fornito materiale nella sola disponibilità degli inquirenti” (in particolare la registrazione integrale di alcune intercettazioni oltre ad un video che riporta il loro della Polizia di Stato pubblicate in contemporanea con l’esecuzione delle misure cautelari)  contestando altresì che “si assiste ad una spettacolarizzazione della giustizia che integra una pratica tanto diffusa quanto illecita: il circo mediatico a cui siamo ormai tristemente avvezzi” che “non solo comporta la violazione della privacy e della dignità delle persone non colpevoli fino ad una sentenza irrevocabile di condanna” 

I penalisti toscani ricordano nel loro comunicato stampa che “In attesa che entri in vigore la nuova normativa in tema di intercettazioni , basti ricordare gli articoli 114 e 329 c.p.p (codice di procedura penale n.d.a.) e 684 c.p. (Codice Penale n.d.a.) i quali vietano e puniscono la pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale, imponendo l’obbligo del segreto sugli atti di indagine fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza” cosi come ” l’articolo 10 CEDU (Corte Europea Diritti Umani n.d.a.)”  che, nel sancire il diritto della libertà di espressione ribadisce che tale diritto implica la contestuale assunzione di doveri e responsabilità, misure volte alla “protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”.

A Taranto invece nessun avvocato disse ( e dice una parola) quando vi sono continuamente fughe incontrollate di notizie.  Per molti di loro è importante essere citati negli articoli di cronaca giudiziaria per farsi della pubblicità manifestando in realtà  il proprio noto “provincialismo” esasperato. O meglio della disperazione professionale. Così come è pressochè impossibile vedere la Procura di Taranto aprire delle inchieste per la violazione del segreto istruttorio, come invece è accaduto a Roma per il “caso CONSIP” dove il procuratore capo della Capitale Giuseppe Pignatone non ha esitato un attimo ad iscrivere nel registro degli indagati, magistrati, giornalisti e forze dell’ ordine.

Come non dare ragione quindi al collega romano Dimitri Buffa quando scrive in un suo articolo dal titolo “SONO UN GIORNALISTA E NESSUNO MI PUÒ GIUDICARE.”  Ua domanda retorica: perché i giornalisti si sentono sempre defraudati di qualcosa se qualcuno osa giudicare il loro lavoro, specie se a farlo sono gli avvocati ! Che per caso tra i tanti o pochi clienti che si ritrovano in ipotesi ne possono avere qualcuno accusato di associazione mafiosa – ‘ndrangheta . Non sia mai poi che a qualcuno venga in mente di istituire un osservatorio sui rapporti tra la procura e i cronisti a quelle latitudini. “Attentato alla libertà di stampa”. Indignazione. E il sindacato che ne approfitta per far vedere che esiste e batte un colpo. Ma sempre alla porta sbagliata. E poi paginate dei giornali che strillano per l’indignazione che i consigliori dei boss abbiano l’ardire di mettere sotto processo loro, i “sacerdoti” autoproclamatisi della libertà di stampa.

Ma se tutta questa indignazione si rivelasse in realtà una farsa o una gigantesca esposizione di una lunghissima coda di paglia? “Il problema dei processi celebrati, anzi recitati, nei talk-show esiste eccome” aggiunge Buffa –  “Come esistono tante assoluzioni e tante inchieste flop che però quando erano ancora allo stato larvale di indagini preliminari venivano “pompate” da questi cronisti – o da altri simili a loroche ci lucravano carriere o comparsate televisive. Come esistono innocenti sbattuti per anni in carcere con accuse rivelatesi poi inconsistenti. E come esiste lo Stato di diritto, magari ancora per poco, e la presunzione di innocenza. E anche le condanne europee all’amministrazione della giustizia italiana o i mille e cinquecento e passa errori giudiziari annui che costano allo Stato cifre imprecisate intorno al mezzo miliardo di euro“.

il Procuratore Capo di Roma Giuseppe Pignatone

 

Soprattutto, esistono tribunali molto più autoritari i cui giudizi – contro i giornalisti e i loro editori che ricorrono alla scorciatoia “giustizialista” per vendere più copie – spesso sono inappellabili. “Sono i tribunali dei lettori – aggiunge Buffa e noi siamo d’accordo con lui – e di coloro che guardano la tivù la sera magari perché non hanno di meglio da fare. Se gli editori (e i giornalisti) confrontassero i propri dati di vendita attuali con quelli di solo una decina di anni orsono  scoprirebbero che tale giudizio, di condanna, è già stato emesso. E lo stesso discorso vale per le emittenti televisive pubbliche e private e i loro dati di ascolto“.

Da giornalisti ci rimane a dir poco difficile giustificare queste inutili difese corporative della nostra categoria in cui i sindacati danno il meglio di sé. Il collega Dimitri Buffa ha assolutamente ragione. In un Paese in cui ci sono giornalisti ricattati e sfruttati da editori senza scrupoli, minacciati dalla mafia e indicati come bersagli agli elettori da alcuni partiti politici tra i quali spicca uno affacciatosi da poco sulla scena politica italiana , e che nelle prossime elezioni però ne candida qualcuno. L’invenzione dell’ inutile osservatorio “Ossigeno” da parte del sindacato dei giornalisti,  ed i suoi intrecci mediatici in Italia appare onestamente passare in secondo piano.

Ma probabilmente, forse, c’è un requisito che a molti giornalisti manca da tempo e che influisce sensibilmente negativamente sulle vendite dei giornali per cui scrivono: si chiama onestà intellettuale.

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