ESCLUSIVA. La citazione per danni dei Riva ai giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno, che non la raccontano tutta…!

ESCLUSIVA. La citazione per danni dei Riva ai giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno, che non la raccontano tutta…!

L’atto di citazione della famiglia Riva (e società) contro la Gazzetta del Mezzogiorno, il suo direttore De Tomaso ed il cronista Mimmo Mazza. Un documento “esclusivo” per capire la verità dietro le quinte del processo senza interpretazioni pittoresche… o fiancheggiamenti a favore dei magistrati che hanno imbastito il processo Ambiente Svenduto.

di Antonello de Gennaro

ROMA – Secondo quanto  riportato dall’annuale rapporto di Reporters sans Frontieres, il nostro Paese ha migliorato e di molto la propria condizione relativa alla libertà di informazione, balzando dal 77° al 52° posto nella classifica mondiale. Nonostante questo, l’Italia ancora oggi si colloca agli ultimi posti nell’Unione Europea. Il primato, invece, continua ad appartenere alla Finlandia, paese in cui le condizioni di lavoro per i giornalisti sono le migliori al mondo. Sarebbe davvero interessante, poi, stilare una classifica di quali siano i paesi al mondo che continuano, forti della convinzione che la libertà di espressione sia un diritto di tutti, a fare dell’informazione un’esercizio di “giornalismo disinformata”. Proprio così, perché il rischio che all’Italia venga assegnato il primato della disinformazione non è poi così lontano.

Quando nei giorni scorsi abbiamo ricevuto per posta in una busta l’atto di citazione della famiglia Riva alla Gazzetta del Mezzogiorno, al suo direttore Giuseppe De  Tomaso, ed al vice-capo servizio della redazione tarantina Cosimo (detto Mimmo) Mazza. ed effettuato le opportune verifiche a seguito delle quali abbiamo appurato che si trattava di un  documento reale ed integrale, relativo ad una delle varie cause civili intraprese dai legali della famiglia Riva, abbiamo deciso di pubblicarla in esclusiva, ritenendo che i lettori abbiano il diritto di conoscere ogni ragione di parte, sopratutto in una vicenda processuale così complessa come il processo Ambiente Svenduto, di rilievo nazionale attualmente in corso a Taranto.

WEB Atto civile ILVA_GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO.compressed

Il nostro intento sia ben chiaro non è quello di difendere le tesi accusatorie dei Riva, nè tantomeno salire sul carro di quei giornalisti e sindacalisti che si stracciano le vesti atteggiandosi a vittime di una censura inesistente, ma bensì quello di fare il nostro lavoro di giornalisti ed offrire ai lettori delle notizie nella loro completezza, e come sempre documentandole “integralmente”.

La causa è relativa ad un articolo pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno lo scorso 17 gennaio 2017 nel quale secondo gli avvocati della famiglia Riva, a cui il codice penale e civile sembrerebbero dare ragione (dal punto di vista della diffamazione subita dai loro assistiti)  in conseguenza dell’utilizzazione giornalistica manipolata del concetto del “patteggiamento” al fine di far credere al lettore, facilmente suggestionabile per il tecnicismo delle questioni, che con tale forma di definizione del procedimento la società dei Riva ed i componenti della importante famiglia di industriali lombardi abbia confessato a tutti gli effetti il compimento dei reati. Cosa che non ha ancora fatto.

Secondo il legale dei Riva e delle loro società il “contenuto diffamatorio” dell’articolo pubblicato e firmato da Mimmo Mazza coinvolge certamente gli esponenti della famiglia Riva rinviati a giudizio nonché la Riva Forni Elettrici s.p.a. (parte exd.lgs 231/01) e “coinvolge altresì il medesimo Claudio Riva in proprio il quale, benché non rinviato a giudizio, avrebbe secondo la Gazzetta del Mezzogiorno, ammesso il proprio coinvolgimento nella vicenda. Peraltro il contenuto diffamatorio a carico del sig. Claudio Riva attiene alla circostanza che allo stesso viene attribuita la paternità di una dichiarazione a contenuto potenzialmente calunnioso nei confronti degli imputati del processo” (Ambiente Svenduto in corso a Taranto – n.d.a.) .

Mimmo Mazza

Il cronista Mazza, si legge nell’atto legale dei Riva, avrebbe utilizzato la capacità di generare confusione della fattispecie, “attribuendo al legale rappresentante della società che ha avanzato la richiesta di applicazione di sanzione ex art 63 d.lgs 231/01 una dichiarazione sostanzialmente coincidente con i capi di imputazione utilizzando l’errato postulato secondo cui il patteggiamento ( quello previsto dal cit. art. 63 assume la medesima natura dell’ istituto di cui all’ art 444 c.p.p. ) equivarrebbe ad un accertamento con sentenza o addirittura aduna piena confessione di colpevolezza”.

Così continua l’atto: ” Nel caso di specie la fattispecie complessiva costituita dall’ utilizzo distorto dei titoli e sottotitoli nei quali le dichiarazioni vengono rappresentate fuori dal contesto dell’ istanza di patteggiamento ex art 63 d.lgs 231/01 e portate all’immediata attenzione del lettore come una piena confessione di colpevolezza e di fondatezza totale del teorema accusatorio per evocare una sorta di colpo di scena processuale, e poi il contenuto dell’· articolo con i capi di imputazione riportati come dichiarazioni del legale rappresentante di Riva Forni Elettrici s.p.a., portano a doversi ritenere consumata la fattispecie di cui all’ art 595 comma 3 c.p” (cioè il reato di  diffamazione aggravata prevista dal Codice Penale n.d.a.)

Il rispetto del requisito della verità avrebbe quindi imposto al cronista secondo il legale della famiglia Riva e della loro società “di dare precisa e completa spiegazione della fattispecie precisando la natura del procedimento ex art 63 d.lgs 231/01 e ciò proprio al fine di evitare di ingenerare nella platea dei lettori quella confusione che ha invece voluto alimentare alterando la verità con l’espressa e colorita attribuzione del contenuto dei capi di imputazione alle dichiarazioni del legale rappresentante della Riva Forni Elettrici s.p.a.” invece della ricerca spasmodica del sensazionalismo fine a stesso che segue logiche poco chiare e sicuramente strumentali fondate sulla spettacolarizzazione della notizia che punta al gossip più basso senza in realtà, di fatto, informare il lettore.

La comunicazione in senso generale e con essa l’informazione, giornalistica o televisiva che sia, è portatrice  di un preoccupante potere che apporta  una pesante responsabilità altrettanto grande. Questa responsabilità è nelle mani degli operatori, siano essi giornalisti, broadcaster o opinion leader, i quali, allorquando veicolano un messaggio verso un pubblico di fruitori più o meno vasto, più o meno capace di verificarne la fondatezza, hanno il dovere della completezza, dell’obiettività e dell’imparzialità. Anche quando il messaggio stesso è contestualizzato dall’opinione, legittima, di chi comunica. Ed è per questo che non abbiamo mai voluto fare gli “opinionisti”, preferendo lasciare a tutti voi lettori le debite considerazioni dopo la lettura dell’ atto.

Impantanati nel “giornalismo fai da te, che fuoriesce nel labirinto delle fake news da social network, molti sono convinti che, in quanto giornalisti, si possa esprimere qualunque opinione, credendo di aver acquisito anche il diritto di raccontare ciò che si voglia, dimenticando troppo spesso che le notizie dovrebbero essere prima verificate e poi pubblicate .

Oggi tutti pensano di essere giornalisti. Qualcuno serio che si attiene alle regole deontologiche per fortuna esiste ancora , ma il vero dramma è che giovani blogger, o giornalisti privi di alcuna esperienza reale,  hanno la presunzione di atteggiarsi a giornalisti “esperti” nei vari settori facendo delle proprie convinzioni dei dati di fatto, per poi far cadere nella trappola migliaia e migliaia di lettori. Questo genere di informazione falsata diventa “pura disinformazione” ed è ormai all’ordine del giorno: dalle fake news alla manipolazione delle notizie, spesso alcuni mezzi di comunicazione non ci raccontano la verità. E la cosa peggiore è quando a fare queste campagne di disinformazione sono dei giornalisti.

Assistiamo costantemente ad un uso strumentale del messaggio: ossia si cerca, a volte, di “colorare” una notizia o di metterla maggiormente in risalto perché funzionale, rispetto ad altre, a perseguire fini di consenso politico, sociale o di semplice popolarità di una “casta” o di un gruppo d’influenza o di potere.  In alcuni casi, emerge una certa superficialità di chi fa informazione, ad esempio nella verifica delle fonti e/o dei fatti., una delle regole più importanti del giornalismo. Quest’atteggiamento alimenta la totale disinformazione e la nascita delle cosiddette bufale, che si trovano ad essere legittimate dall’autorevolezza del mezzo comunicativo (quotidiano, tv o web) che le veste di veridicità e come tale le diffonde. Si pensi ad esempio a tutte le notizie gravitate intorno alla vicenda dei migranti negli ultimi tempi.

Ogni giornalista dovrebbe seguire le norme previste dalla Legge e dal codice deontologico professionale, ma sopratutto scrivere e raccontare la verità per il dovuto rispetto nei lettori e delle persone di cui si parla e scrive, altrimenti troveremo sempre più millantatori che si atteggiano a esperti di tuttologia di cui la rete, la tv, i quotidiani ormai ne sono colmi. Oggi la disinformazione miete le sue vittime ovunque e spesso ci racconta un mondo diverso da quello in cui viviamo, per cui diventa complesso e difficile interagire.

Il mondo dell’informazione invece deve garantire trasparenza e certezza della notizia, evitando così di perdere anche quel poco di credibilità e di lettori che gli è rimasta. E non sarà sicuramente l’alzata di scudi del sindacato dei giornalisti a favore di un proprio rappresentante a cambiare il corso della della giustizia. Nei tribunali viene ricordato in ogni aula la regola che  “la legge è uguale per tutti” . E deve continuare ad esserla. Per tutti.

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