Due parole al direttore Travaglio

Due parole al direttore Travaglio

La lettera aperta del Presidente dell’ Unione Camere Penali Italiane a Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano.

di Giandomenico Caiazza

Illustre Direttore Marco Travaglio,
sono il Presidente dell’UCPI – Unione Camere Penali Italiane, cioè di quella “superlobby” degli avvocati penalisti che, a leggere il Suo ultimo editoriale, sarebbe più o meno responsabile della paralisi del processo penale in Italia. Le devo necessariamente qualche breve replica.

Noi dunque diffonderemmo falsità sulle prescrizioni che maturano per il 60% nella fase delle indagini. Senonchè il dato è ufficiale, ed è fornito dal Ministero di Giustizia. Se poi quel dato lo vuole leggere meglio, Le sarà sufficiente consultare la ricerca Camere Penali – Eurispes del 2008. Le abbiamo documentate noi per primi le peripezie dei fascicoli prima che inizi il dibattimento, bloccati da un sistema incapace di smaltire il carico, per più ragioni, ivi compresa la inefficacia di ogni controllo sui tempi delle indagini. E con questo? Sta di fatto che alla estinzione per prescrizione del 60% dei procedimenti penali noi avvocati assistiamo da spettatori.

Non abbiamo potuto spendere né furbizie né trucchetti, come vi piace dire. Un altro 20% circa matura in pendenza del giudizio di primo grado. Converrà per conseguenza che il tema delle impugnazioni c’entra -almeno per l’ 80% delle prescrizioni!- come il cavolo a merenda.

Se poi si vuole sostenere che la prescrizione non debba decorrere dal momento della commissione del reato ma dalla sua conoscenza da parte dell’Ufficio di Procura, allora occorrerà necessariamente ragionare di prescrizione non più del reato ma dell’azione penale: siamo prontissimi. O forse Lei brama l’occhio sempiterno dell’inquisitore incombente sulla vita di ciascuno di noi, e processi chiamati a ricostruire fatti avvenuti decenni prima?

Giandomenico Caiazza

Vedo che Lei, sulla scia dei suoi Lari ispiratori, ama fare comparazioni con le realtà processuali di altri Paese con rito accusatorio, per poter dire che altrove la prescrizione non esiste, le impugnazioni sono la eccezione e non la regola, i processi con istruttoria dibattimentale sono una piccola percentuale del tutto.

Quando si comparano sistemi processuali, illustre Direttore, lo si deve fare raccontandola tutta, altrimenti si propinano fandonie al famoso “popolo, come sentiamo fare ormai quotidianamente da magistrati-star del palcoscenico televisivo, e naturalmente anche da Lei.

Quei sistemi trovano la loro ragion d’essere in almeno due caratteristiche fondamentali: azione penale facoltativa e separazione delle carriere tra Giudici e P.M., con questi ultimi elettivi o comunque dipendenti dal potere politico. Sono sistemi, dott. Travaglio, nei quali non potrebbe mai accadere, come accade purtroppo da noi, che un Magistrato che abbia assolto le funzioni di Pubblico Ministero per trent’anni, possa poi concludere la sua prestigiosa carriera nientedimeno che da Presidente di Sezione della Corte di Cassazione.

Sono sistemi ad azione penale discrezionale, il che significa che se Tizio viene accusato ed arrestato per omicidio, tre violenze sessuali e due rapine, gli si dice: confessa, concordiamo la pena solo per l’omicidio, il resto te lo abbuono. Provi a parlarne qui, dottor Travaglio, con il circo di tricoteuses che avete messo su in questi decenni, e mi faccia sapere.

Questo significa due cose molto precise: che al dibattimento arriva solo una ridotta percentuale dei processi, e che essi sono celebrati davanti ad un Giudice che non ha nulla a che spartire con il Pubblico Ministero. Cosa dovrebbero farsene della prescrizione, allora? Certo che non ce l’hanno, perché non hanno il problema di processi che durano decenni. Per il resto, ci si diano carriere separate, riti alternativi potenziati e azione penale discrezionale, e allora si che possiamo ragionare anche delle impugnazioni.

La verità è che questa storiella della prescrizione è il pretesto per manomettere i principi costituzionali fondativi del processo penale, scolpiti nell’articolo 111 della Costituzione. Abbiamo tuttavia al nostro fianco tutta l’Accademia italiana, vale a dire l’intera comunità dei giuristi, non uno dei quali prende sul serio una sola parola dei suoi idoli Davigo, Ardita, Di Matteo. Saranno lobbisti anche loro? Si faccia la domanda e si dia la risposta. Cordiali saluti

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