Dopo 37 anni il ricordo del capitano Emanuele Basile è sempre vivo

Dopo 37 anni il ricordo del capitano Emanuele Basile è sempre vivo

ROMA –  Siamo ancora in tanti, nonostante siano trascorsi ormai 37 anni, a ricordare il valore del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, tarantino,  assassinato a piazza Canale la notte del 4 maggio 1980. Non aveva ancora compiuto il suo 31° compleanno quando Cosa Nostra decise di farlo uccidere dai suoi killer.

Sono ancora in tanti coloro che hanno ben impressi nella propria testa e nel cuore  i valori che il capitano Basile amava, diffondeva e si batteva: la sua famiglia, l’alto senso dello Stato, l’amore per la sua divisa di Carabiniere, l’impegno nel contrasto di Cosa Nostra,  e fu proprio per quest’ultima “missione” che la sua vita venne spezzata dai mafiosi. Basile era stato fra i primi a capire il peso dell’intromissione del clan dei corleonesi nei traffici illeciti della mafia. Un’intuizione ritenuta una grave”colpa”  dai vertici della cupola mafiosa , per la quale l’ufficiale tarantino, che comandava la Compagnia Carabinieri di Monreale, ha dovuto pagare il prezzo più alto: la propria vita.

L’omicidio di Emanuele Basile fu eseguito da un commando composto dal mafioso  Vincenzo Puccio (che in seguito venne assassinato nel carcere dell’Ucciardone a colpi di bistecchiera), da Armando Bonanno successivamente scomparso “inghiottito” dalla lupara bianca,  e da Giuseppe Madonia, della omonima “famiglia” mafiosa di Resuttana, come fu ricostruito in seguito nel corso della lunga storia processuale. Il supporto logistico, invece, venne fornito dalla “bestia” cioè dal mafioso  Giovanni Brusca, così come egli stesso ammise. I tre killer in un primo momento vennero fermati e  poi rilasciati. Ci sono voluti ben sette processi perché finalmente venissero  definitivamente condannati all’ergastolo, assieme ai boss della “commissione” di Cosa Nostra.

Il commando che uccise il capitano Basile operò poco dopo la mezzanotte allorquando Emanuele Basile stava tornando a casa assieme a sua moglie ed alla piccola Barbara, sua figlia, che all’epoca dei fatti aveva quattro anni. Venivano dal ricevimento che il Comune di Monreale aveva organizzato nel Palazzo di Città in concomitanza dei festeggiamenti del Santissimo Crocifisso. Gli assassini  confusi tra la folla aspettarono l’arrivo della vittima a piazza Canale sapendo con certezza che l’ufficiale dei Carabinieri sarebbe passato da lì, ed appena lo videro gli scaricarono addosso numerosi colpi di arma da fuoco incuranti della folla presente.

Sua moglie si salvò dall’agguato per un vero miracolo. Infatti venne  salvata dall’agendina d’argento che conservata nella sua borsa. Emanuele Basile compì un estremo atto di eroismo dell’ufficiale, facendo da  scudo col suo corpo ai proiettili  salvando sua figlia, la piccola Barbara che teneva in braccio .

Emanuele Basile  era il terzo di cinque figli, frequentò l’Accademia Militare di Modena. Prima di intraprendere la carriera militare, riuscì a superare il test di Medicina ed a sostenere il difficile esame di Anatomia, ma i sentimenti di giustizia e legalità, valori fondamentali nella sua vita, ebbero il sopravvento sulla professione medica. Fu così che entrò nell’Arma dei Carabinieri. Prima di giungere a Monreale comandò le compagnie di altre città, tra cui quella di Sestri Levante (GE), e se la mafia non avesse interrotto la carriera del giovane carabiniere di 31 anni, la successiva destinazione sarebbe stata quella di San Benedetto del Tronto (AP). Precedentemente al suo assassinio, aveva condotto alcune indagini sull’uccisione di Boris Giuliano, durante le quali aveva scoperto l’esistenza di traffici di stupefacenti. Nonostante stesse per essere trasferito da  Monreale, si era premurato di consegnare tutti i risultati a cui era pervenuto al giudice Paolo Borsellino.

 

Giovedì scorso come ogni 4 maggio, il capitano Basile è stato commemorato alle 11 a piazza Canale a Monreale, dove una corona d’alloro è stata apposta sulla lapide che ne ricorda il sacrificio, alla presenza di diverse autorità civili, militari e religiose. Purtroppo a Taranto gli unici a ricordarlo sono stato i suoi parenti, la sua famiglia, ed i militari dell’ Arma dei Carabinieri e noi del CORRIERE DEL GIORNO. La città jonica evidentemente non ama abbastanza i suoi figli che hanno sacrificato la propria vita per il nostro Paese.

L’ennesima vergogna di questa città.

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